"Non so che posto ho nel mondo!"

Sintomi depressivi in adolescenza

"Non so che posto ho nel mondo!"

La depressione è una condizione di sofferenza psichica che ha forme e gravità molto diverse; mostra, in modo particolare, rispetto ad altre forme di disagio, una difficoltà nei confronti della parola, a tradurre in linguaggio un profondo malessere e ad individuare cosa lo abbia provocato e alimentato. Questo perché, anche quando si individuano fattori contingenti che possono essere all’origine del dolore, per esempio una perdita, rimane da comprendere come questo possa evolversi in depressione, comportando, nei casi più gravi, un azzeramento dell’impulso vitale, sconforto, assenza di speranza, perdita del senso stesso della vita.

Quando si parla di depressione si tende, spesso, ad associarla all’età adulta, alla vita che scorre, che invecchia. Ma i sintomi depressivi colpiscono anche i più giovani e quando perdurano, e non sono solo episodi o stati, provocano giustamente grande apprensione nei familiari. Molto spesso, infatti, i genitori domandano un aiuto e una consulenza psicologica per i figli per questo motivo. La tristezza e il ritiro sociale, tendenzialmente, sono i segnali di disagio che li preoccupano di più. Come è possibile che nell’ adolescenza, l'età in cui la vita dovrebbe sbocciare, essere carica di slancio, aprirsi alle prospettive, succeda invece che si chiuda, si spenga, si richiuda su sé stessa?

“Non può essere depressa! Non le manca niente, è bella, intelligente.. è perfetta!” Queste sono le parole di una mamma di un’adolescente che ha chiesto un colloquio a causa di una profonda tristezza che affliggeva la figlia. I genitori non riescono a capacitarsi del suo stato: raccontano che Silvia (nome di fantasia), trascorre le sue giornate passando dal letto al divano, non volendo più uscire con gli amici, piangendo spesso senza riuscire a motivare in nessun modo il suo sconforto. I genitori descrivono la loro famiglia come amorevole e presente, S. ha un fratello più grande che vive all’estero con cui ha un ottimo rapporto e non rilevano nessun cambiamento che possa spiegare una tale precipitazione del tono dell’umore nella figlia, che ormai persiste da qualche mese. Accennano al rapporto tra Silvia e la sua migliore amica che si è allentato negli ultimi tempi ma la figlia non ne parla e quando cercano di chiederle minimizza e cambia argomento. L’elemento che li fa decidere di domandare un aiuto deriva da un’osservazione preziosa del padre: si accorge che più cercano di spingerla “a fare”, ad uscire, a reagire, più l’immobilità e la tristezza di Silvia si aggrava. Ecco, questo è un aspetto su cui è importante soffermarsi: l’esperienza clinica al riguardo, infatti, insegna che non si risolve mai un episodio depressivo facendo leva sulla “forza di volontà” del soggetto. Espressioni che nelle intenzioni di chi le pronuncia vogliono essere incoraggianti e spronanti hanno spesso l’effetto, in chi le riceve, di aggravare un senso di colpa per la propria condizione di azzeramento del desiderio e dell’esperienza del piacere, soprattutto nei soggetti adolescenti che, per quanto detto prima, sono socialmente parlando, meno compresi se sviluppano un sintomo depressivo.

Un altro punto che è importante chiarire è che non deve necessariamente essere presente un fattore di vita “eclatante” all’origine del fenomeno depressivo in questa fase della vita. Dal discorso dei genitori di S. emerge un allontanamento tra Silvia e la sua migliore amica, questione che sarà importante approfondire nei colloqui con la ragazza. Perché? La fine di un’amicizia, di un amore, una “perdita” possono essere la causa dello sviluppo di sintomi depressivi? Per la psicoanalisi non c’è determinismo diretto tra i due aspetti: se si verifica è perché l’evento contingente e il cambiamento che ne deriva rivestono un valore particolare per il soggetto, che rimanda a qualcosa di irrisolto della sua storia.

Non so che posto ho nel mondo

Silvia è un’adolescente che sta cercando di separarsi da una famiglia “troppo cuore”, come la definisce lei; il processo di separazione a cui mi riferisco non riguarda una rottura ma piuttosto una sorta di distacco necessario alla costruzione della propria identità. Per farlo, come tutti i giovani, si rivolge al gruppo dei pari e stringe forti legami d’amicizia, uno più di tutti, con Anna. Quando non sono insieme si sentono continuamente, è il primo rapporto “d’amore” che S. ha al di fuori della famiglia e che dura da tre anni, dall’inizio circa delle scuole superiori. Questa scelta, come sempre avviene, non è stata casuale: Silvia ha eletto Anna a migliore amica dopo che questa le ha detto “tu sei l’amica perfetta”. Una posizione che torna, che richiama qualcosa di “familiare” per Silvia. Ma, a un certo punto, Anna si mette insieme a un ragazzo e il rapporto tra le due cambia, soprattutto calano le attenzioni e la presenza dell’amica. Silvia, in un primo momento, reagisce a questo allontanamento apparentemente con indifferenza, adottando come modalità di difesa la razionalizzazione, dicendo frasi del tipo “è normale che quando ci si fidanza si sia meno presenti con le amiche”. Ma dopo qualche mese, evidentemente, questo meccanismo di difesa non regge e subentra una profonda tristezza che non riesce a trovare una traduzione in parola. Sarà attraverso il percorso psicoterapeutico, che Silvia riuscirà a dire che si è sentita abbandonata da Anna e che il sentimento che ha avvertito è stato di non sapere più che posto ha nel mondo, nel momento in cui, come è naturale che sia in questa fase della vita, il suo mondo lo stava costruendo anche al di fuori dei legami familiari. Ma soprattutto Silvia è riuscita a ricostruire, attraverso la sua storia, un preciso momento dell’infanzia in cui aveva già provato questo vissuto di non avere un posto; da allora “essere perfetta” è stato il suo modo inconscio per trovare un “posticino speciale per l’Altro”. Il lavoro con Silvia è durato alcuni mesi; è stata lei a decidere di concluderlo quando ha sentito di non averne più bisogno pur sapendo che, se dovesse ripresentarsi la necessità, “questo posto” ci sarà sempre per lei.

Come accennavo precedentemente i disturbi depressivi hanno manifestazioni e gravità molto diverse.

A queste differenze se ne aggiunge un’ altra dovuta, più strettamente, alla fase di insorgenza del disturbo; ovvero, dalla mia esperienza clinica, constato frequentemente una differenza tra le depressioni giovanili in età più adulta (esempio durante il periodo universitario) e quelle durante la fase adolescenziale. Per approfondimenti sulle prime, rimando al link
www.dedalusbologna.it/approfondimenti/37/ogni-cosa-al-posto-tuo-le-depressioni-giovanili.html


Le depressioni in età adolescenziale sono, invece, spesso riconducibili a un’analisi più classica del fenomeno, ovvero a quella che rileva una perdita (simbolica o reale) come "scatenamento": questo perché l’adolescenza è la fase della vita in cui, più di tutte, si rimettono in gioco le identificazioni (si lasciano andare alcune dell’infanzia, se ne acquistano altre). Ricordandoci però, che la funzione delle identificazioni è sempre quella di assicurare una determinazione all’essere del soggetto. Un soggetto, come ci mostra il caso di Silvia, che si sta “ri-definendo” e che può attraversare l’esperienza di non sapere che posto ha nel mondo, per l’Altro.

Infine, a proposito dell’ Altro familiare di un/una adolescente, questo caso mostra bene quanto questo ruolo sia determinante: non solo nell’individuazione del problema e nella fase preliminare della domanda, imprescindibile ovviamente per l’ inizio di un percorso con un adolescente, ma anche nel corso dello stesso. Fondamentale per fare “un buon lavoro di squadra”.



dott.ssa Claudia Rubini

 

 

Pubblicato da Dedalus Bologna il