Frattura

Frattura

Il libro di Andres Neuman

 

Ho scoperto questo libro qualche mese fa, in modo assolutamente casuale. Acquistato, aveva occupato l’angolo “orizzontale” della mia libreria, quello in cui accumulo i libri che compro in attesa di leggerli. In queste giorni e settimane sono passata davanti a quella pila molte volte al giorno. Uno risaltava di più. Per il volume, intanto. Poi per il nome. Frattura.

E così, alla fine di una giornata nel nuovo assetto di lavoro, dopo aver terminato l’ultima seduta con i pazienti su Skype, ho guardato la pila. E ho scelto di estrarre proprio quello che la occupava di più, rileggendo la quarta di copertina.“ Frattura è la storia di Yoshie, delle donne che lo hanno amato, di un secolo ferito, di un mondo lacerato; ma è anche e soprattutto un canto di resilienza in grado di illuminare la bellezza trascurata delle cose rotte”.

E allora, forse in questo momento più che mai, ho avuto il desiderio di conoscere la storia di Yoshie.  

Yoshie è solo un bambino quando sopravvive, per puro caso, all’esplosione atomica di Hiroshima e alla successiva di Nagasaki. Perde, in queste esplosioni, il padre, la madre e le sorelle.   Ritrovato dagli zii, va a vivere con loro a Tokio. Molti anni e molta vita dopo un altro tragico evento imprevisto, il terremoto del Giappone e il disastro nucleare di Fukushima, riattualizza potentemente le cicatrici che lo attraversano e che con il passare degli anni lo hanno portato ad ammirare sempre di più l’arte del kintsugi.

 “Quando una ceramica si spacca, gli artigiani del kintsugi inseriscono un po’ di polvere d’oro in ogni fessura, evidenziando il punto in cui si è rotta. Le fratture e le riparazioni sono esposte invece che occultate, e passano a occupare un posto centrale nella storia dell’oggetto. L’atto di rendere manifesta questa memoria lo nobilita. Ciò che ha subito un danno ed è sopravvissuto può essere considerato più prezioso, più bello”.

 

L’Altra donna e la parola

 

“Mi piaceva tantissimo che il suo nome racchiudesse due persone. Yo-She. Lui e l’altra. La sua donna interiore”.  Una delle particolarità di questo libro è che la storia di Yoshe viene raccontata, in parte, dalle donne che ha amato e che lo hanno amato, una per ogni città in cui ha vissuto. Parigi, New York, Buenos Aires, Madrid.

 

Violet, Lorrie, Mariela, Carmen. In ordine di comparsa.

 

Sono racconti molto diversi ma tutti narrano indubbiamente la storia di un uomo ferito che porta le cicatrici del suo passato nel corpo e nell’anima, alla ricerca della sua polvere d’oro.

Uno degli aspetti che più mi ha colpito delle loro narrazioni è osservare la diversità del rapporto con la parola che Yoshe ha avuto con ciascuna delle sue amate e naturalmente con se stesso nel corso della sua vita, mostrando come questa può cambiare.

Violet scoprì la catastrofe che Yoshe aveva vissuto quasi per caso durante una cena con amici nel fervente clima parigino degli anni sessanta. Stavano insieme già da diverso tempo ma lui non gliene aveva mai parlato perché “non voleva ridurre in alcun modo la sua identità a quella tragedia” temendo che il suo racconto avrebbe potuto condizionare la loro relazione. Ne accennò poche altre volte nel corso della loro storia.

A Lorrie, invece, lo disse quasi subito parlando delle sue cicatrici. Ma, in questa temporalità, non è trascurabile il fatto che si fosse trasferito a New York, patria del suo ex nemico.  Lorrie era inizialmente stupita dal fatto che un sopravvissuto atomico volesse vivere in America e dall’adorazione che manifestava verso la sua squadra di baseball. Ci mise del tempo a capire che per Yo era una sfida, forse inizialmente inconscia: se fosse riuscito a integrarsi nel mondo degli ex nemici forse avrebbe potuto sconfiggere il suo fantasma e lasciarselo alle spalle? Lorrie era una giornalista, un’attenta osservatrice e andava in analisi.  Mentre Yoshie diffidava degli psicoanalisti. “Io gli spiegavo che ti insegnano a pensare ai tuoi problemi. Più di così? Si preoccupava lui. Io lo accusavo di essere un caso esemplare di resistenza all’analisi. Resistere è bene, mi rispondeva lui”.

Mariela fu invece l’amore di Buenos Aires. In modo inedito rispetto a prima a lei raccontava molti aspetti della sua infanzia, dei suoi genitori che non ha potuto seppellire, delle sorelline a cui faticava ad attribuire un’identità perché non gli è stato concesso il tempo di conoscerle. Raccontava spesso anche di Hiroshima. Parlava molto di più e aveva la sensazione che col passare del tempo avesse sempre più ricordi della bomba.

Come insegna la psicoanalisi c’è un nesso molto stretto tra parola e memoria.

“Mi piace pensare che la memoria svolga anche una funzione creativa(..) Secondo me una buona memoria si domanda: Che cosa posso fare con ciò che mi hanno fatto? In che cosa mi trasformano i miei ricordi, come mi reinventano? Credo di averlo imparato in esilio. E qui, con Yoshie. “

Mariela in questo passaggio molto bello spiega qualcosa di preciso rispetto alla memoria e al trauma. Se il trauma non viene detto, non viene messo in parola non è possibile dimenticare, non ci si può dare la possibilità dell’oblio.  Come ci mostra l’esperienza di una psicoanalisi in cui non si tratta mai di una esatta ricostruzione biografica quanto di dare un proprio senso soggettivo ai ricordi che hanno segnato la propria vita.

E poi ci fu Madrid. E Carmen. Con lei parlava spesso dei suoi ricordi, persino troppo secondo la percezione di Carmen “se cominciava a sguazzare troppo in quell’orrore, cercavo di interromperlo e di distrarlo”. Per Carmen Yoshie non riusciva a voltare pagina, guardava sempre di più al passato.  

Yoshie non solo sentiva sempre di più il bisogno di tornare nella terra da cui era scappato in gioventù, ma quando la contingenza riattualizzò lo spettro dell’esplosione non resistette alla spinta ad avvicinarcisi.

Nel viaggio che decise di intraprendere fece un incontro con un uomo, un professore.

Tutti vogliamo tornare alla normalità, ma mi domando se possiamo. Persino se dobbiamo.”

“Credo che mi annoterò questa frase", disse Yoshe.

 

dott.ssa Claudia Rubini

                                                                                                                                                             

 

Pubblicato da Dedalus Bologna il