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Anita B. La memoria per guardare al futuro

anitaLa storia di Anita B.

Anita B., è il titolo del nuovo film di Roberto Faenza. Tratta la storia speciale di un’adolescente e del valore della memoria. Mia intenzione non è scriverne una recensione ma poter fare una riflessione attraverso il film.

Anita è una ragazza di 16 anni sopravvissuta ad Auschwitz; la madre e il padre, invece, sono stati uccisi. Sola, viene accolta dalla famiglia della zia paterna. “Lascia Auschwitz fuori da questa casa” è quello che viene detto ad Anita ancora prima di varcarne la soglia. Per lungo tempo non potrà uscire perché non ha documenti e rischia di essere arrestata. “Senza documenti non sei nessuno” le ripetono continuamente. Ma Anita non ci sta: rispettosa, ma ribelle a questo imperativo, osserva la vita pulsare al di fuori di quella casa e dentro di lei. Non cessa, per un attimo, di domandarsi chi è e  comprende che la risposta a questa domanda non può prescindere dalla terribile esperienza che ha vissuto, dall’orrore che ha visto.

La parola e l’ascolto

Sente l’esigenza di parlarne, di raccontare del campo di concentramento ma trova, intorno a sé, solo muro e ostilità: non si può nominare l’orrore, deve dimenticare, deve andare avanti! Queste reazioni non placano però l’esigenza di Anita che scrive lunghe  pagine sul suo diario e nei momenti in cui accudisce il piccolo Roby, figlio della zia, gli racconta del campo di concentramento, di sua madre e di suo padre. Il cuginetto ha circa un anno, Anita sa bene che non può avere una conversazione con lui ma, con dolcezza, gli rivolge il suo racconto; questo mostra, con grande precisione, come la necessità dell’essere umano sia sempre quella di rivolgersi a un altro che ascolti la sua parola, necessità che noi psicologhe di Dedalus Bologna cerchiamo di accogliere. Anita non parla da sola ma a qualcuno di animato, seppur sia un piccolissimo infante, a qualcuno che in qualche modo interagisce con lei (anche solo con gorgoglii), a qualcuno che le risponde. Tanto che, una delle prime parole che Roby pronuncerà sarà “campo”, scatenando l’ira familiare.

La rimozione collettiva Continua a leggere

Perchè ho preso “il peggio” di mio padre?

CASANè padre nè madre

Non voglio essere come mio padre! “… “non voglio essere come mia madre! ”

Quante volte noi psicologhe di Dedalus Bologna, abbiamo sentito pronunciare una di queste frasi dai pazienti. Di solito riportano delle caratteristiche precise da cui vogliono stare lontani e molto spesso  si accorgono che proprio quelle caratteristiche sono quelle che ripetono nelle relazioni. 

Michela chiede di cominciare un percorso psicoanalitico, ci ha trovati su www.dedalusbologna.it cercando “disagio familiare” su internet.  L’anno prossimo si sposerà, solo che è successo qualcosa che l’ha profondamente destabilizzata e ha crisi di pianto e ansia incontrollabili.

Non si spiega quello che le sta accadendo negli  ultimi mesi:  per prima cosa è stata licenziata per  aver commesso una scorrettezza  nella sua azienda. Poco tempo dopo, “inspiegabilmente” tradisce  ripetutamente il fidanzato.

L’agito familiare

Questi due  tradimenti da lei agiti l’angosciano molto perché hanno fatto risuonare in lei qualcosa di “familiare”.

Emerge dalla sua storia che il padre ha sempre tradito la madre, da ancor prima che lei nascesse; la madre ha sempre amato moltissimo quest’uomo,  per il quale secondo Michela “rinuncerebbe a tutto” e lo ha sempre  perdonato. Michela interrompe i rapporti con il padre dopo  un ennesimo tradimento più manifesto dei precedenti.   Non sopporta più questa situazione,  detesta suo padre e non si capacita di come la madre abbia sempre amato un uomo così scorretto e traditore!! Va a studiare in un’altra città e spera così, anche grazie alla lontananza, di mettere una pietra sopra a una situazione familiare che l’ha sempre fatta stare male.

Le identificazioni costituenti Continua a leggere