Archivio dell'autore: Arianna Marfisa Bellini

Effetto Cortocircuito: trasmissione radio

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Questa mattina alle 10,00 Dedalus è stato ospite a Radio Città del Capo per parlare dello Sportello d’Ascolto psicologico PsyinBo e per lanciare la trasmissione Effetto Cortocircuito!

Entrambi i progetti sono realizzati in collaborazione col Comune di Bologna.

Effetto Cortocircuito andrà in onda tutti i giovedì alle h. 17.00 fino al 10 Agosto sulle frequenze di Radio Città Del Capo 96.250.

Le puntate sono realizzate da Dedalus di Jonas e Fantateatro in collaborazione con il Comune di Bologna.

Oggi pomeriggio parleremo di ansia e attacchi di panico.

L’unica trasmissione radio che spiega con un linguaggio molto semplice e con degli esempi i principali sintomi del disagio contemporaneo: ansia e attacchi di panico.

➡ ANSIA
L’ansia è un sentimento che si manifesta quando siamo troppo presi da quello che gli altri si aspettano da noi. Ogni volta che ci dimentichiamo di NOI e ci occupiamo troppo di come ci vogliono gli altri, stiamo mentendo a noi stessi e si manifesta l’ansia.
Per dirla ancora più semplicemente: “con l’ansia faccio i conti con i vestiti che mi mettono addosso gli altri”.

➡ ATTACCHI DI PANICO
Gli attacchi di panico invece avvengono proprio quando gli altri non ci sono e quando stiamo facendo i conti solo con “noi stessi”. Apparentemente gli attacchi di panico avvengono proprio quando tutto va bene e tutto sembra funzionare nella vita.

Restate sintonizzati con noi e con Radio Città del Capo 96.250, tutti i giovedi alle 17:00!

…la prossima puntata parleremo di #Bullismo.

 

Mettete una psicoanalista al concerto di Vasco

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In quante persone, sia prima che dopo questo epocale Modena Park, hanno domandato: cosa ci trovate in quest’uomo che canta solo ehhhhh?
Perché per voi Vasco è un mito?
Perché fate tutte quelle pazzie pur di andare a vedere questo drogato dissipato?
Sudati e stanchi, alle 4 di mattina, seduti per le strade di Modena, ce lo domandavamo con un paio di colleghe: perché proprio lui, a differenza di tantissimi altri bravi cantanti, fa questo effetto alla gente?
Perché la chiacchierata combriccola dei 225mila non ha distrutto Modena? Non ha creato tafferugli? Non ha creato scompigli? Non ha dato scandalo?

Ieri, mentre raccontavo a mio marito, forse per la centesima volta, Modena Park , lui ( che di mestiere NON fa lo psicoanalista) mi ha detto: avete un transfert psicotico per lui.
Queste parole mi hanno improvvisamente portato alla mente un concerto di un altro cantante ( di cui non farò il nome) che, qualche tempo fa, era tanto impegnato ad interagire col pubblico: su le mani, giù le mani, tutti insieme, ripetete con me, ripetete dopo di me…
Questo è un buon esempio di “transfert psicotico”: fare ciò che l’altro, che si trova, per qualche ragione, in una situazione di “potere” e di “superiorità”, domanda.
Ai concerti di Vasco questo non succede mai. Vasco non mette mai il microfono verso il pubblico per farlo cantare, non domanda mai di fare un gesto piuttosto che un altro. Il pubblico però lo fa, all’unisono, sempre. (Per quelli che amano la precisione: a Modena Park ha domandato di fare dei gesti sulle note di “Non mi va” ma li era chiara l’ironia).

Nei giorni che hanno preceduto Modena Park, Vasco non ha mai chiesto niente a chi stava per andarlo a vedere, non ha mai domandato di comportarsi bene, di fargli fare bella figura con Modena e col mondo, non ha fatto nessuna raccomandazione, nonostante conosca bene i suoi “soliti”.
I suoi 225mila però, sanno che quella è la sua occasione, la sua festa e non gliela rovinano: non ho mai visto persone tanto educate tutte insieme.
I Concerti di Vasco sono pieni di rituali e tradizioni, non solo quelli che lui ha creato per il pubblico ma che il pubblico ha creato per lui e che rimangono immutati nel tempo.

Le persone cantano continuamente e sanno con quali lalala eeeeeehhh oooooohhhh accompagnare la parte strumentale, con quali gesti sottolineare certe parole e in quale momento alzare le mani al cielo.
Sanno che Vasco sbaglierà Canzone perché lo emoziona cantarla tutta e sanno che sparirá mentre la band continuerà a suonare Albachiara. Sanno che sarà così, sempre, ogni volta che ci andranno.

Come si chiama in analisi tutto questo? Transfert.

Cos’è il transfert: è credere che qualcuno sappia qualcosa che tu non sai e per questo amarlo.
Come ci ricorda una celebre frase di Lacan nel seminario XX “colui cui suppongo il sapere io amo”.
Amare è diverso dal piacere, come la lingua italiana ci ricorda. Qualcuno ci può piacere moltissimo ma possiamo non amarlo, possiamo non credere dunque che possegga un qualcosa in più, quel “quid”, quel “sapere”.
Ma sapere su cosa?

In analisi si suppone che l’analista verso cui si installa un transfert ( condizione prima perché possa avvenire un lavoro d’analisi) abbia un sapere su di noi, sulla nostra vita, sulla nostra esistenza. Quante volte lo sentiamo dire dai pazienti: secondo me lei ha già capito tutto! Perché me lo domanda se lo sa già? Me lo dica lei che conosce la risposta. Frasi che indicano un movimento transferale nei confronti del terapeuta. Il terapeuta si suppone che sappia.
Quando ci troviamo davanti al transfert per Vasco dunque che sapere gli suppone il suo pubblico?
Un sapere sulla vita. Un sapere sull’orrore della vita. Per parafrasare Freud: un saperci fare con lo schifo della vita, col dolore della vita, senza impazzire (del tutto) e senza suicidarsi ( del tutto).
Lui sa come si fa, nonostante tutto, a stare in piedi in questa vita che è così complicata.
Questo suppongono che sappia e per questo lo interpretano, si occupano di quello che lui desidera, interrogano ad ogni concerto la sua domanda che suppongono faccia a loro.
Ogni volta che il suo popolo lo incontra si chiede: cosa vuoi da noi?
È per questo che al Modena Park è andato così impeccabilmente bene, perché hanno supposto che questo fosse il suo desiderio. Facciamogli vedere chi siamo! Facciamogli vedere cosa sappiamo fare, quanto sappiamo essere seri.

Ogni analizzante, se si trova preso dal transfert, interpreta del suo analista ogni piccolo gesto. Perché nel transfert il soggetto in analisi ripone la sua più grande domanda: Altro cosa vuoi da me? Come mi vuoi? Cosa posso fare perché tu sia fiero di me? Perché tu mi voglia bene?

 

La differenza fra un cantante che piace e un cantante che diventa un mito.

Proprio mentre scrivo queste due considerazioni leggo l’unica frase che Vasco ha postato, oggi, dopo Modena Park.

“Sono orgoglioso e fiero di voi.. siete i più belli..!! 225.000 volte grazie !!!”

Ha risposto. Alla domanda silenziosa che il suo pubblico gli faceva, nascosta dalle urla, dalle note stonate e dalla stanchezza delle ore in piedi: Sei orgoglioso di noi?
È questo che fa la differenza fra un cantante che piace e un cantante che diventa un mito: è il transfert.
È supporgli quel sapere lì che fa la differenza.
Vasco ha indubbiamente il talento di suscitare transfert. Quante volte si legge di ragazzi che viaggiano chilometri per vederlo, si accampano davanti ai cancelli del concerto giorni prima pur di essere in prima fila? Il transfert è anche questo: fare muovere.
Muoversi verso qualcuno che sa qualcosa che noi non sappiamo, e non è il sapere professionale sulla musica, sugli strumenti musicali, non è questo: è il sapere sulla vita. Il saperci fare con lo schifo che tutti incontriamo nella vita: gli amici che tradiscono, le malattie, le storie d’amore che finiscono, le malelingue, i fallimenti…

Vasco non rimane mai in una posizione di vittima lamentosa, è una fenice che si rialza e sa cosa farne del poco che rimane dopo un’ennesima, terribile tempesta.
È per questo che ogni volta che fa un concerto troverete che non solo i fan ne parlano ma anche chi non va all’evento parlerà di lui, di quanto non capisce, di quanto non gli piace, di quanto si discosta da quella massa di ignoranti che si accalca davanti ai cancelli.
Questo è transfert. Perché il transfert non è solo positivo è anche negativo. Ogni analista e ogni analizzante ha esperienza di questo nel suo percorso sul divano. Ci sono dei giorni che il tuo curante lo detesti: lei non mi ascolta mai! Lei preferisce gli altri pazienti a me! Lei non è bravo nel suo lavoro, dei miei amici che vanno da un suo collega stanno molto meglio di me.
Il transfert muove e smuove.

In questi giorni, dopo Modena Park, è evidente tutto questo: i fan che non si riprendono dalle nostalgie del concerto e i detrattori che, con altrettanti entusiasmo, ci tengono a sottolineare che a loro Vasco proprio non piace e non capiscono come si possa seguirlo.
Succedono spesso cose simili anche tra gli psicoanalisti, nelle loro scuole, nei loro circoli e, credetemi, è sempre e solo tutta colpa del transfert.
Perché il transfert è potentissimo e delle volte incendia troppo gli animi quando non viene utilizzato come strumento in seduta di analisi.
Al transfert non si resiste, un po’ come dire “al cuor non si comanda”.
Se tu supponi a Vasco quel sapere non puoi supporlo a Bruce Springsteen solo perché è più bravo a suonare la chitarra.
Se trovi che Vasco possa avere la chiave per vivere non puoi andarla a cercare in De Andrè perché lui si che scriveva dei bei testi.

Non è con la tecnica, con l’impeccabilità, con la bravura che si genera transfert ma è proprio con la mancanza, col proprio dramma interiore, col proprio essere un niente.
È proprio così che fa Vasco: parte dal suo dolore e lo trasforma ma non lo nasconde, non lo cela, non si inventa di essere qualcuno che non è.

Usa l’ironia per indossare l’abito della rock star al quale, però, non si identifica mai rendendolo a volte un abito caricaturale a volte grottesco.
Questo è quello che tenta di fare l’analista all’interno della cura: non nasconde lo schifo, la pulsione di morte, il godimento, il dolore sotto il tappeto rilancia sempre, mostra continuamente che con tutto questo qualcosa si può fare.

Non fa bene il suo mestiere quando se ne esce con una interpretazione favolosa, quando rilancia con un enigma ben articolato, fa bene il suo mestiere quando tiene duro e usa il transfert per legare insieme pulsione di vita e pulsione di morte, Eros e Thanatos.

Non sono le performance in analisi a rendere l’analisi efficace ma è la capacità dell’analista di maneggiare il transfert di tenere il soggetto al lavoro sulle proprie questioni fondamentali a riempire la stanza di analisi di vita anche quando tutto sembra morto.
Ed è proprio per questo che su quel giro li, su quegli accordi li, vedrete sempre la gente abbracciarsi all’improvviso con gli sconosciuti che hanno accanto ed esplodere fino a sgolarsi: Vivere! Anche se sei morto dentro. Vivere! E devi essere sempre contento. Vivere! È come un comandamento. Vivere o sopravvivere. Senza perdersi d’animo mai e combattere e lottare contro tutto contro oggi non ho tempo oggi voglio stare spento.

I Monkey’s Arm Blues Band lo fanno meglio

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Secondo anno della rassegna Attenti al Lapsus e secondo anno che i Monkey’s Arm Blues Band sono al nostro fianco in questa avventura di fine estate.
Secondo anno che impiego moltissimo tempo per scrivere qualche ricordo della serata trascorsa con loro.
Ci sono ricordi di cui è difficile parlare, il nostro mestiere lo insegna bene. Ci sono pazienti che,dopo anni di terapia, svelano qualcosa di fondamentale che riguarda le loro vite e che hanno invece sempre taciuto. Ogni volta coloro che lo fanno raccontano: è dal primo giorno che sono qui che avrei voluto dirglielo, ma poi non ci sono mai riuscito, non mi sembrava importante o c’era sempre qualcos’altro di cui parlare.
La shopper che Dedalus ha fatto stampare lo scorso anno porta impressa questa frase di J. Lacan: “l’inconscio non é perdere la memoria è non ricordarsi di quello che si sa.”
Ci sono dunque dei ricordi, le parole che useremmo per descriverli, che non si riescono a dire, o meglio, che non trovano il tempo giusto per essere detti. Come ben sappiamo le parole non dette rimangono dentro di noi sedimentandosi nel nostro inconscio.
I ricordi sono dunque la personalissima interpretazione degli eventi vissuti. Il testo dei ricordi è intessuto con ciò che più profondamente ci caratterizza.
Due amici, tre amici, che dopo anni si ritrovano e rammentano il pezzo di vita che hanno camminato insieme, narrano sempre storie diverse. Nel ricordo l’uno dell’altro si riconoscono ma se ne sentono al contempo estranei.
Perché tu ricordi quel particolare che io ho scordato? Perché tu dimentichi quella cosa che è sempre stata scolpita nel mio cuore? Perché metti in luce certi dettagli di poco conto e ne tralasci altri fondamentali?
Per citare nuovamente il discorso psicoanalitico questo mostra “l’inesistenza del rapporto sessuale”. Nel senso che con nessun altro si può fare uno, in nessuna unione si può diventare una cosa sola. Esiste sempre uno scarto tra gli esseri umani, anche tra quelli che tra loro sono più intimi. Tra uomini e donne questo accade in modo ancora più accentuato.
I Monkey’s suonavano Jhonny B. Good, cantavano Elvis, i Beatles il pubblico ballava, ascoltava con attenzione, ripeteva le parole, batteva le mani. Un concerto insomma, un bel concerto fatto da bravi musicisti che suonavano bene della buona musica in un bel luogo.
Cosa resta invece delle persone, dell’atmosfera, dell’alchimia che c’era quella sera se il ricordo lo metto nero su bianco in questo blog?
Le parole del rock’n’roll non sono scritte per far meditare, sono appositamente allineate invece, una dietro l’altra, per far ballare, perché il loro suono accompagni la musica e scateni la voglia di scendere in pista.
Il concerto dei Monkey’s è proprio questo: è un invito a ballare, a dimenticare i pensieri un paio d’ore e gioire. Vi accorgerete di questo indubbiamente se li avete sentiti o se andrete a qualcuno dei loro concerti.
E se vi arriva così forte la voglia di ballare, se vi arriva così chiara la voglia di dimenticare e farvi trasportare dalla musica è perché loro lo fanno incredibilmente bene.
È importante imparare a dimenticare, è fondamentale farlo: lasciar scivolare nel nostro inconscio i ricordi troppo difficili, troppo pesanti, troppo potenti. C’è un momento in cui è importante lasciare che il reale di cui sono fatti i ricordi si perda un po’ per fare spazio al simbolico delle parole con cui possiamo ricacciarli per un po’ dentro di noi.
Dice la pedagogia: se non si ricorda non si apprende.
Dice la psicoanalisi: se non si dimentica non si entra nel simbolico, nel discorso dell’inconscio.
I bambini, tutti i bambini, a tre anni cominciano a dimenticare, prima ricordavano ogni cosa, poi iniziano questa nuova, impressionante esperienza del dimenticare. Per entrare in un processo simbolico è necessario scordare.
Gli adulti riescono a mettere in moto questo meccanismo della dimenticanza attraverso i piaceri, gli hobby, lo svago in una parola: un concerto dei Monkey’s!
Proprio per questo motivo lo psicoanalista, al contrario di ciò che comunemente si pensa, non é un patito del ricordo. Non è ciò che domanda al paziente: ricorda! Gli chiede invece di parlare, parlare di ciò che gli viene in mente.
L’analista sa aspettare a lungo il momento della parola piena del soggetto. Nel frattempo lascia che il paziente balli il suo rok’n roll di parole musicali. Fondamentale che lo faccia.
Non si può dire una parola piena di significato se prima non si hanno perduto le parole vuote. Le parole vuote si perdono solo se si riconosce che sono tali, solo se diventano musica.
Insomma possiamo dirla così, con una battuta: in un analisi si entra cantanti di rock’n’roll e si esce cantautori.
Ora però ho voglia di svelarvi un piccolo segreto: se ascolterete i Monkey’s e vi sarà difficile stare fermi sulla sedia o mettervi a rimuginare sui vostri pensieri più complicati, sappiate che se lo sanno fare così bene, se farvi dimenticare per due ore le amarezze dell’esistenza è il loro grande talento un motivo c’è ed è incastonato come un diamante nelle loro vite.
Perché i ricordi, i talenti, le dimenticanze, le parole piene, i legami, i sintomi sono intrisi profondamente di ciò che più intimamente siamo.

Se all’ Assessore brillano gli occhi…

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Se all’ Assessore brillano gli occhi mentre racconta di legalitá, lotta alla mafia, usura, se all’ Assessore brillano gli occhi mentre parla del suo incontro con le realtà locali, con le storie dei cittadini, con le associazioni, se all’ Assessore brillano gli occhi mentre spiega le possibilità che la politica ha di agire sulle questioni quotidiane, concrete allora una conferenza diventa una testimonianza, un’ intervista si trasforma in una possibilità. Questo era ciò che Dedalus desiderava e che si è realizzato superando ampiamente le aspettative. Testimoniare la passione per il proprio lavoro, per i propri ideali, per l’ etica da cui si é mossi, è la migliore delle prevenzioni possibili. Si può non essere sempre in accordo con le parole dell’altro, si può divergere, ma un discorso che riesce a portare con se il desiderio di chi lo enuncia è comunque un discorso che vivifica, che  accende, che sveglia. Abbiamo parlato di gioco d’ azzardo patologico e di precarietà giovanile, di come certi sintomi di dipendenza si vadano ad annidare come tappo per le angosce di una vita che sembra non partire, inceppata, catturata in un limbo. Informare é necessario ma sappiamo bene che purtroppo fare prevenzione è un’ impresa impossibile. L’ unico modo per fermare i sintomi è far incontrare  i soggetti col proprio desiderio, solo la passione può limitare la pulsione. In adolescenza questo è evidente in modo macroscopico: un buon incontro può cambiare una vita. Un’ insegnante che trasmette la passione per la propria materia può salvare molte vite, un adulto che mostra di amare ciò che fa é delle prevenzioni l’ unica possibile. Questo é stato il valore dell’ incontro di ieri, una giovane donna che raccontava ciò che costruisce tutti i giorni con la luce negli occhi. Questo è ciò che muove spesso Dedalus ad uscire dal suo studio di via Marconi 20, questo per Dedalus è fare politica: muovere nella propria città  testimonianze di desiderio. L’ abbiamo fatto intervistando l’ assessore Nadia Monti e lo faremo nei prossimi incontri ascoltando tre fantastici gruppi musicali, che sapranno trasmettere con altrettanta forza la vita che mettono in ciò che fanno.

Saranni medici, ingegneri, infermieri, informatici, insegnanti, grafici, impiegati. Saranno musicisti, con la luce negli occhi. Non potete perderveli!

Attenti al Lapsus, rassegna musicale, II anno

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L’Estate sta finendo e prima di riprendere i ritmi invernali, Dedalus anche quest’anno organizza la rassegna musicale “Attenti al Lapsus, la musica parla di ciò che la psicoanalisi ascolta”.

Chi ci segue da tempo sa che spesso, nelle nostre iniziative, amiamo mescolare il linguaggio della psicoanalisi con quello della musica, il linguaggio dell’ascolto con quello della comunicazione. Come l’anno scorso abbiamo scelto tre gruppi musicali straordinari, i cui componenti condividono con Dedalus la passione per gli inciampi della vita, le difficoltà, le fragilità e le bizzarrie umane.

Ospiti della Red Square presso la Festa dell’Unità, Parco Nord a Bologna vi faremo cantare, ballare sulle straordinarie note dei nostri ospiti: dal blues al rock alla dance music. Aprirà la rassegna l’Assessore Nadia Monti ( Protezione Civile, Legalità, Giovani e Servizi Demografici) che, come l’anno scorso, si è resa disponibile per un’ intervista informale e insolita.

Dedalus è già immerso nei preparativi, speriamo anche quest’anno di vedervi numerosi a condividere questo straordinario evento.

Attenti al Lapsus!

Chi reputa la reputazione on line?

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La reputazione on line

Guardavo nuovamente una puntata di Catfish, era incentrata sul tema della reputazione on line. È un tema ampiamente affrontato soprattutto dalle agenzie di comunicazione web: controllare la reputazione, creare la reputazione, valutare la propria reputazione, verificare la reputazione altrui.
Tema affrontato ma non discusso, anche il termine “buona” viene omesso come se fosse implicito, scontato, come se andasse da se.

Il reale e il virtuale

Ultimamente sembra che la reputazione sia una questione legata in modo quasi esclusivo alla realtà virtuale. Non si ascoltano più i genitori raccomandare i ragazzi rispetto a questo a scuola, in palestra, agli scout al bar. I genitori non dicono quasi mai ai ragazzi di oggi che hanno rovinato la reputazione alla famiglia con i loro comportamenti. On line la questione sembra diventare improvvisamente di estrema importanza. Lo vedono tutti. Non si cancellerà mai più dal web. Per anni si troveranno queste tracce di te. Ogni datore di lavoro cerca informazioni su internet. Qualunque persona nuova che conoscerai metterà il tuo nome su google per vedere chi sei.
La reputazione così torna, dopo anni, a farsi viva nei discorsi tra le generazioni. Addirittura ci sono persone pagate per aiutarti a creare una reputazione tua o della tua azienda sul web.

Reputazione e immagine

Ma cos’è questa reputazione? È l’immagine?
Non confondiamoci. Sovrapporre questi termini non è corretto, vale dunque la pena distinguerli adeguatamente.
L’immagine è il riverbero del soggetto, la proiezione, il suo abito, la sua mascherata. Un soggetto non se ne può andare nudo per il mondo e dunque per forza deve avere un’ immagine che gli permette di relazionarsi, di avere un qualsivoglia contatto con gli altri.
La reputazione invece è ciò che gli altri pensano di questa immagine che il soggetto si porta addosso, quello che percepiscono, quello che a loro arriva, quello che vanno a dire in giro, quello che giudicano. Continua a leggere

La coprogettazione

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Da un paio di settimane Dedalus è coinvolto con altre 15 associazioni ad un lavoro di coprogettazione per il Comune di Bologna, assessorato Sicurezza, Legalità e Giovani diretto da Nadia Monti.
Un’avventura entusiasmante che sta arricchendo le nostre conoscenze, i nostri orizzonti ed i nostri legami.
Un nuovo modo per fare politica attraverso le tante competenze di cui è ricca la nostra città.
Siamo onorati di partecipare attivamente a questa avventura.