Archivio dell'autore: Gloria Barioni

Gli analisti nella fiction – Psicoanalisi e cinema

Immagine articolo psicoanalisi e cinema

La psicoanalisi e il cinema hanno una nascita gemellare. Nel 1895 vennero pubblicati a Vienna gli Studi sull’isteria di Breuer e Freud, opera considerata come rappresentare l’atto di nascita della psicoanalisi.

Nello stesso anno, in un café dei Grands Boulevard di Parigi ebbe luogo la prima proiezione cinematografica pubblica dei fratelli Lumière, intitolata L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat (proiezione che provocò il panico tra gli spettatori convinti che stessero per essere schiacciati dal treno).

Dato l’impatto considerevole del cinema e della psicoanalisi sul XX secolo – e lo scandalo che provocarono – la loro nascita simultanea non può essere una mera coincidenza! Ci è voluto molto tempo prima che il cinema venisse riconosciuto come un’arte vera e propria, precisamente la settima. Per quello che riguarda la psicoanalisi, ha ugualmente provocato numerose resistenze e resta tutt’ora oggetto di caricature, soprattutto nelle sue rappresentazioni cinematografiche e, più precisamente, in quelle Hollywoodiane. Continua a leggere

QUANDO DALÍ HA INCONTRATO FREUD

L’icona del Surrealismo incontrò il padre della psicoanalisi il 19 luglio 1938.

dalì

L’icona del Surrealismo incontrò il padre della psicoanalisi il 19 luglio 1938.

Il cranio di Freud è una lumaca! Il suo cervello ha la forma di una spirale – da estrarre con un ago!” – Salvador Dalì

L’unico incontro di Salvador Dalì con Sigmund Freud fu alquanto bizzarro.

I due si incontrarono il 19 luglio 1938 a casa di Freud a Londra, dove era arrivato solo poche settimane prima come rifugiato in fuga da una Vienna occupata dai Nazisti.

Al momento del loro incontro, sia Freud che Dalì godevano di ampia popolarità.

Freud, che all’epoca aveva già 81 anni, era considerato un prestigioso intellettuale. Dalì aveva solo 34 anni ma si era già distinto come figura chiave del movimento surrealista.

Dalì stava cercando di conoscere Freud già da tempo.

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FRANÇOIS ANSERMET: “VERSO LA SINGOLARITÁ RITROVATA”

Ansermet

Il massimo esponente della psichiatria infantile ginevrina, oltre che psicoanalista, si rammarica della tendenza corrente verso una psichiatria standardizzata che rimuove il soggetto. O sul perché bisogna salvare la psicoanalisi.

Le Temps: Cosa ne pensa di questa suddivisione infinita delle diagnosi psichiatriche?

Ansermet: Stiamo assistendo ad una certa medicalizzazione della condizione umana ed il fenomeno va oltre il DSM. Tutti i medici devono confrontarsi con pazienti che trasformano in domanda di medicalizzazione i disagi dell’esistenza. Il British Medical Journal ha individuato i più menzionati: l’età, la noia, l’ignoranza, la bruttezza, l’ angoscia sulle dimensioni del pene.. 

Il suo collega francese Angès Aflalo ha scritto un libro intitolato “L’Assassinat manqué de la psychanalise” (Il tentato assassinio della psicoanalisi NdT). Il DSM ha partecipato all’attentato?

-Sì, nella misura in cui promuove una psichiatria standardizzata che rimuove il soggetto. Quello che colpisce è il declino della clinica, ovvero dell’approccio che considera ogni paziente un soggetto unico e singolare. E che tenta di articolare questa singolarità con il generale. La psicoanalisi è oggi forse l’ultimo baluardo della clinica. In questo senso ritengo che la psicoanalisi possa costituire una prospettiva futura per la medicina.

-I venti tuttavia non sembrano soffiare in questa direzione…

-Io guardo avanti. Vedo le neuroscienze andare incontro alla psicoanalisi sull’idea che ogni essere umano è unico e singolare: hanno perfino scoperto che l’esperienza lascia una traccia nella rete neurale. A partire da questa scoperta il futuro punterà verso la singolarità ritrovata.

-Eppure se ci sono solo esseri unici non è possibile né fare paragoni né fare ricerca. Siamo allora all’interno di quella casualità che viene combattuta dai creatori del DSM.

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QUANDO SIGMUND FREUD PERSE SUA FIGLIA SOPHIE

1920-Freud-e-la-figlia-Sophie

Quando Sigmund Freud perse sua figlia Sophie scrisse una lettera al suo amico e collega Ludwig Binswanger. Al suo interno spiegava all’amico che in un certo senso il dolore era un modo per continuare a rimanere attaccato all’amore e, in quanto tale, era meglio non staccarsene del tutto.

Quando Sigmund Freud perse sua figlia Sophie si vide costretto a modificare molte delle sue teorie sul lutto. Era ben cosciente che quel dolore, quel vuoto, non sarebbe mai sparito. Forse si sarebbe potuto attenuare con il tempo ma certamente non si sarebbe potuto dimenticare. Ancora, comprese che non esistevano rifugi in cui potersi riparare dalla sofferenza perché la morte di un figlio era, a suo parere, qualcosa di inconcepibile.

Sophie Freud era la quinta figlia di Sigmund Freud e sua moglie Martha Bernays. Nacque il 12 aprile del 1893 e fin da subito diventò la preferita di suo padre. Quella bimba, quasi senza sapere il perché, addolcì il carattere tirannico e patriarcale del padre della psicoanalisi. Era bella, risoluta e decisa ad oltrepassare l’ambiente che la circondava per manifestare la propria volontà.

Si sposò a vent’anni con Max Halberstadt, un fotografo e ritrattista di Amburgo. Quel ragazzo trentenne non era ricco e nemmeno distinto e non aveva molte possibilità. Per questo Freud fu cosciente del fatto che sua figlia avrebbe potuto trovarsi in condizioni di necessità. Ciononostante non si oppose a quel legame e fece promettere a sua figlia di mantenerlo informato regolarmente sui suoi problemi e le sue preoccupazioni.

La giovane Sophie mantenne la parola. Nessuno poteva immaginare che la felicità della preferita di Freud sarebbe durata così poco e che solo sei anni dopo il matrimonio si sarebbe spenta.

Lavoro il più possibile e sono grato di quello che ho. Tuttavia la perdita di un figlio sembra essere una lesione grave. Ciò che viene definito come lutto probabilmente durerà molto tempo”.

Lettera di Freud a Ludwig Binswanger

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