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Blue whale: il gioco che spinge al suicidio

blue whale

Blue whale o balena blu: cos’è?

Il Blue whale (che tradotto in italiano significa la “Balena blu”) è il macabro gioco virtuale nato in Russia nel 2013 che si è diffuso attraverso il Social Network VKontakte (il social network più popolare in Russia) in diversi Paesi, come: Brasile, Francia, Gran Bretagna e anche Italia.
Il nome “Balena Blu” secondo il creatore di questo folle gioco di selfie-suicidi, deriva proprio dal fatto che proprio questo animale, in natura, spesso si “suicida” arenandosi sulle spiagge.

In Russia si contano già 157 vittime di questa attività criminale organizzata ed è ormai tristemente noto anche in Italia, specie dopo la puntata de Le Iene e dopo un primo suicidio di un ragazzino di 15 anni a Livorno a febbraio del 2017.
Si tratta di un gioco online assurdo e organizzato al quale prendono parte bambini e adolescenti, dai 12 al 17 anni circa e che dopo varie prove spingono letteralmente i ragazzi al suicidio e ne filmano e condividono anche la loro morte.

Il folle gioco è nato per diffondersi in rete ed è strutturato per indurre la mente dei ragazzini in uno stato di depressione profonda e controllata.

 

Blue whale: il video de Le Iene

Di seguito è possibile vedere il video de Le Iene trasmesso il 14 maggio 2017, della durata di 30 minuti e che mostra oltre alcune delle folli regole del gioco, anche il dolore di due madri russe, dopo la perdita delle loro figlie.

 

Blue whale: le regole del gioco

Le 50 regole di questo assurdo gioco devono essere svolte una al giorno, negli ultimi 50 giorni di vita dei ragazzini. Le regole comportano: dolore auto-inflitto, manipolazione, umiliazione, condivisione delle pratiche autolesionistiche effettuate con tagli e lesioni sul proprio corpo, dichiarazioni da filmare online, appuntamenti segreti con altre “balene” (ovvero ragazzini già presenti ad un livello superiore del gioco) o con un curatore, anche su Skype (cioè gli amministratori e tutor del gioco che reclutano i ragazzini), visione di video horror, l’ascolto di musica triste per 50 giorni, privazione del sonno e avvicinamento sui tetti e cornicioni.

La regola principale però, è quella di non parlarne con nessun genitore, di comportarsi come sempre e di non dare nessun segnale di partecipazione al gioco.

L’ultima e più perversa regola è quella di filmarsi e farsi riprendere mentre ci si suicida.

Chi è Philipp Budeikin

Philipp Budeikin è il ragazzo Russo ventiduenne, ritenuto uno dei creatori del gioco della Blue Whale.  Philipp, studente di psicologia e diretto responsabile del suicidio di almeno 16 ragazzini, attualmente è in carcere e non si mostra affatto pentito, anzi afferma: “Un giorno capirete tutti e mi ringrazierete…perchè ci sono persone e ci sono scarti biologici. Li ho spinti al suicidio per purificare la società”. “Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione, importanza”. Il rischio di emulazione è altissimo, avvertono gli psicologi e visto il contagio virtuale, nessuno Paese può considerarsi immune dal Blue Whale.

Come uscire dal gioco della Blue Whale

Stando a quanto compreso dai genitori delle vittime dopo la morte dei propri figli, uscire dal gioco senza aiuto era difficile o quasi impossibile: si veniva minacciati e in alcuni casi il ragazzino subiva minacce di morte indirizzate verso i propri parenti e familiari stretti qualora non avesse seguito tutte le regole fino alla morte.

 

Perché funziona paradossalmente così bene questa catena?

Perché si basa sulle regole base del bullismo:

  • IL GRUPPO ( è un attività che si avvale dei social);
  • IL PUBBLICO ( le prove vanno filmate e condivise);
  • LA SEGRETEZZA RISPETTO ALL’ALTRO  ( gli adulti non devono assolutamente sapere che si partecipa al gioco).

Quando parliamo di bullismo raccontiamo spesso il paradosso della condizione di vittima, inconsciamente il soggetto trae una certa soddisfazione è un certo posto nel mondo attraverso questa posizione dolorosa.

Questo gioco in un modo esponenziale ci mostra qualcosa di questo soddisfacimento inconscio: i soggetti scelgono di entrare nel gioco nel ruolo di vittima. Spesso incontriamo nelle vittime questo dolore intimo del sentirsi un niente, del sentirsi esclusi, ai margini, il bullo invece in qualche modo li vede, si accorge di loro, fa loro compagnia, li aspetta tutti i giorni.

In questo terribile gioco mortale sembrano andarsi a dipanare proprio i presupposti e le fragilità che possiamo comunemente incontrare nei ben più limitati ed apparentemente più innocui episodi di bullismo all’interno delle nostre scuole e delle nostre comunità.

Quella che comunemente viene definita “la fragilità” della vittima è qualcosa che ha solide radici nel profondo dell’animo dei ragazzi: essere un niente. Proprio come dice bene l’inventore del gioco “scarti biologici”, non degni di appartenere del tutto alla società del mondo che abitano.

Spesso la stessa posizione inconscia la troviamo con abiti diversi anche nel bullo. Se prendiamo di nuovo questo eclatante caso lo ritroviamo nelle parole dell’inventore: “Un giorno capirete, li ho spinti al suicidio per epurare la società”. Anche qui quello che leggiamo chiaramente è che egli è fuori dal mondo che abita, un mondo che non capisce che non funziona, un mondo da cui esce facendosi incarcerare.

Bullo e vittima dunque si incontrano qui in questo tentativo di creare una società diversa da quella degli adulti, una società in cui non sentano questa esclusione che si portano continuamente addosso.

Nomofobia

nomofobia

Nomofobia: significato

La nomofobia (o nomophobia) rappresenta il timore ossessivo di non essere raggiungibili al telefono cellulare quando ad esempio:

  • Si ha la batteria scarica
  • Non si ha credito sufficiente
  • Non c’è campo
  • Non si trova il cellulare.

Questo termine fu coniato nel 2008 dall’esperto di demoscopia britannico Steward Fox Mills ed è composto dalle espressioni: “no mobile phone” e “phobie”.
Le tecnologie informatiche e digitali sono in grado di acutizzare diverse fobie umane, tra cui questa che viene descritta esattamente come un’ansia da separazione, inesistente fino a pochi anni fa.
La paura di essere separati da uno smartphone o di non poterlo utilizzare, genera nel nomofobico una vera e propria interruzione dei contatti sociali e quindi un’ansia da separazione nel vero senso psicologico del termine.

Nomofobia: sintomi

Gli effetti fisici che possono provare le persone che soffrono di nomofobia, sono:

  • Ansia
  • Mancanza di respiro
  • Vertigini
  • Tremori
  • Sudorazione
  • Battito cardiaco accelerato
  • Dolore toracico
  • Nausea

Nomofobia: cura e rimedi

Nonostante gran parte della popolazione (specie giovanile) soffra di nomofobia, questa è una patologia ancora poco definita, conosciuta e spesso sottovalutata.
Questa dipendenza patologica dalla connessione con tutti i propri contatti sociali ha in parte a che vedere con i disturbi d’ansia, di dipendenza da internet e con gli attacchi di panico.
Nel caso in cui pensiate di soffrire di nomofobia e abbiate riscontrato i sintomi sopra descritti, il consiglio è quello di rivolgersi a uno psicologo che abbia competenze per fare una corretta diagnosi e per aiutarvi.

PsyinBo – Sportello d’ascolto psicologico

Sportello d’ascolto psicologico presso l’Informagiovani del Comune di Bologna

PsyinBo Dedalus

Sportello d’ascolto psicologico presso l’Informagiovani del Comune di Bologna a cura di Dedalus

L’Ufficio Giovani del Comune di Bologna in collaborazione con Dedalus ha attivato quest’ultimo servizio da Novembre 2012 per offrire un ulteriore spazio non più solo virtuale ai numerosi ragazzi che usufruiscono delle attività che propongono Flashgiovani e Informagiovani. Possono fissare un colloquio individuale tutti i giovani maggiorenni che hanno difficoltà, dubbi e domande nell’area relazionale, affettiva, lavorativa, familiare e che necessitano di informazioni sui servizi psicologici presenti sul territorio.

Vedi tutte le attività di Dedalus per l’Ufficio Giovani del Comune di Bologna