Puntata 1: Ansia e attacchi di panico

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E’ ora disponibile la prima puntata della trasmissione radiofonica °Effettocortocircuito in onda tutti i giovedì alle ore 17 sulle frequenze di Radio Città del Capo 96.250.

Basta un clik in fondo a questa pagina per riascoltare il podcast della prima puntata. http://www.radiocittadelcapo.it/archives/effetto-cortocircuito-lo-sportello-psicologico-per-i-giovani-da-oggi-e-on-air-su-radio-citta-del-capo-184612/

Effetto Cortocircuito: trasmissione radio

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Questa mattina alle 10,00 Dedalus è stato ospite a Radio Città del Capo per parlare dello Sportello d’Ascolto psicologico PsyinBo e per lanciare la trasmissione Effetto Cortocircuito!

Entrambi i progetti sono realizzati in collaborazione col Comune di Bologna.

Effetto Cortocircuito andrà in onda tutti i giovedì alle h. 17.00 fino al 10 Agosto sulle frequenze di Radio Città Del Capo 96.250.

Le puntate sono realizzate da Dedalus di Jonas e Fantateatro in collaborazione con il Comune di Bologna.

Oggi pomeriggio parleremo di ansia e attacchi di panico.

L’unica trasmissione radio che spiega con un linguaggio molto semplice e con degli esempi i principali sintomi del disagio contemporaneo: ansia e attacchi di panico.

➡ ANSIA
L’ansia è un sentimento che si manifesta quando siamo troppo presi da quello che gli altri si aspettano da noi. Ogni volta che ci dimentichiamo di NOI e ci occupiamo troppo di come ci vogliono gli altri, stiamo mentendo a noi stessi e si manifesta l’ansia.
Per dirla ancora più semplicemente: “con l’ansia faccio i conti con i vestiti che mi mettono addosso gli altri”.

➡ ATTACCHI DI PANICO
Gli attacchi di panico invece avvengono proprio quando gli altri non ci sono e quando stiamo facendo i conti solo con “noi stessi”. Apparentemente gli attacchi di panico avvengono proprio quando tutto va bene e tutto sembra funzionare nella vita.

Restate sintonizzati con noi e con Radio Città del Capo 96.250, tutti i giovedi alle 17:00!

…la prossima puntata parleremo di #Bullismo.

 

Mettete una psicoanalista al concerto di Vasco

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In quante persone, sia prima che dopo questo epocale Modena Park, hanno domandato: cosa ci trovate in quest’uomo che canta solo ehhhhh?
Perché per voi Vasco è un mito?
Perché fate tutte quelle pazzie pur di andare a vedere questo drogato dissipato?
Sudati e stanchi, alle 4 di mattina, seduti per le strade di Modena, ce lo domandavamo con un paio di colleghe: perché proprio lui, a differenza di tantissimi altri bravi cantanti, fa questo effetto alla gente?
Perché la chiacchierata combriccola dei 225mila non ha distrutto Modena? Non ha creato tafferugli? Non ha creato scompigli? Non ha dato scandalo?

Ieri, mentre raccontavo a mio marito, forse per la centesima volta, Modena Park , lui ( che di mestiere NON fa lo psicoanalista) mi ha detto: avete un transfert psicotico per lui.
Queste parole mi hanno improvvisamente portato alla mente un concerto di un altro cantante ( di cui non farò il nome) che, qualche tempo fa, era tanto impegnato ad interagire col pubblico: su le mani, giù le mani, tutti insieme, ripetete con me, ripetete dopo di me…
Questo è un buon esempio di “transfert psicotico”: fare ciò che l’altro, che si trova, per qualche ragione, in una situazione di “potere” e di “superiorità”, domanda.
Ai concerti di Vasco questo non succede mai. Vasco non mette mai il microfono verso il pubblico per farlo cantare, non domanda mai di fare un gesto piuttosto che un altro. Il pubblico però lo fa, all’unisono, sempre. (Per quelli che amano la precisione: a Modena Park ha domandato di fare dei gesti sulle note di “Non mi va” ma li era chiara l’ironia).

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Blue whale: il gioco che spinge al suicidio

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Blue whale o balena blu: cos’è?

Il Blue whale (che tradotto in italiano significa la “Balena blu”) è il macabro gioco virtuale nato in Russia nel 2013 che si è diffuso attraverso il Social Network VKontakte (il social network più popolare in Russia) in diversi Paesi, come: Brasile, Francia, Gran Bretagna e anche Italia.
Il nome “Balena Blu” secondo il creatore di questo folle gioco di selfie-suicidi, deriva proprio dal fatto che proprio questo animale, in natura, spesso si “suicida” arenandosi sulle spiagge.

In Russia si contano già 157 vittime di questa attività criminale organizzata ed è ormai tristemente noto anche in Italia, specie dopo la puntata de Le Iene e dopo un primo suicidio di un ragazzino di 15 anni a Livorno a febbraio del 2017.
Si tratta di un gioco online assurdo e organizzato al quale prendono parte bambini e adolescenti, dai 12 al 17 anni circa e che dopo varie prove spingono letteralmente i ragazzi al suicidio e ne filmano e condividono anche la loro morte.

Il folle gioco è nato per diffondersi in rete ed è strutturato per indurre la mente dei ragazzini in uno stato di depressione profonda e controllata.

 

Blue whale: il video de Le Iene

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La psicologia e lo sport

Sono nato persona o sono nato atleta?

Di fronte alla dichiarazione della mia professione mi sono capitate reazioni di paura, magari di essere ipnotizzati seduta stante, oppure di padronanza dell’argomento. Perfino Freud si era accorto che “quando in un salotto si parla di psicologia, ciascuno si ritiene in diritto di dire la sua perchè, in quanto essere umano, dispone di pensiero e ragione“.

E’ opportuno allora fare un po’ di chiarezza intorno a ciò che è psichico in generale e intorno alla psicologia dello sport in particolare.

C’è una componente molto sana nel rivolgersi ad uno specialista (che sia uno psicologo o uno psicoterapeuta) per farsi aiutare ad affrontare un momento difficile, proprio come andare dal dentista quando ci si accorge di avere una carie.

La psicologia dello sport, come branca della psicologia, è atta a formulare basi scientifiche su allenamento, prestazione, competizione. Si applica sia all’atleta evoluto che all’osservatore interessato, passando per le attività scolastiche ed educative. Molti soggetti, infatti, hanno intuito quanto le proprie risorse personali, e quindi anche quelle psicologiche, possano influire in maniera determinante sul raggiungimento di un risultato. Viene quindi sfatata la diceria che campioni si nasce: se è vero che il talento non si inventa è possibile coltivare la capacità di crescere e sviluppare le nostre risorse personali.

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Nomofobia

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Nomofobia: significato

La nomofobia (o nomophobia) rappresenta il timore ossessivo di non essere raggiungibili al telefono cellulare quando ad esempio:

  • Si ha la batteria scarica
  • Non si ha credito sufficiente
  • Non c’è campo
  • Non si trova il cellulare.

Questo termine fu coniato nel 2008 dall’esperto di demoscopia britannico Steward Fox Mills ed è composto dalle espressioni: “no mobile phone” e “phobie”.
Le tecnologie informatiche e digitali sono in grado di acutizzare diverse fobie umane, tra cui questa che viene descritta esattamente come un’ansia da separazione, inesistente fino a pochi anni fa.
La paura di essere separati da uno smartphone o di non poterlo utilizzare, genera nel nomofobico una vera e propria interruzione dei contatti sociali e quindi un’ansia da separazione nel vero senso psicologico del termine.

Nomofobia: sintomi

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Bullismo e cyberbullismo: storie dei ragazzi di tutti i giorni

“Genitori Informati”, conferenza a Cervia del 22 Febbraio 2017

Bullismo/cyberbullismo

Di giovani ne ascoltiamo tanti e di età diversa e molto spesso accade raccontino che, in passato o nel presente, hanno sofferto di episodi di bullismo/cyberbullismo. Pochissime volte è accaduto che un soggetto venisse da noi in terapia dicendo di essere un bullo o un cyberbullo e che questo fosse motivo di sofferenza. Il fenomeno, preso dalla parte del bullo, apparentemente non provoca disagio, non isola, non fa sentire il ragazzo o la ragazza triste, depressa.

Anzi, possiamo dire che essere un bullo è quasi una soluzione. Diventi leader di un gruppo, ti senti forte, gli altri ti seguono, ti spalleggiano, preferiscono stare dalla tua parte piuttosto che essere presi in giro. Partiamo da una prima domanda: essere un bullo è una possibile soluzione a cosa? Alle sofferenze che il ragazzo prova. Per esempio, andando nelle classi, alla domanda chi è il bullo e chi è la vittima, sempre, e dico sempre, i ragazzi alzano la mano. Non è qualcosa di cui ci si vergogni, non è qualcosa di segreto nel gruppo dei pari.

Si sa sempre nel gruppo chi è il bullo e chi è la vittima. Nell’età dei vostri ragazzi, l’adolescenza, periodo in cui il giovane comincia a cambiare sul corpo, a non essere più il vostro bambino/a che vestivate, che ascoltava ogni vostro consiglio o rimprovero, inizia a farsi le proprie idee sul mondo, a desiderare di separarsi un po’ dalla parola dei genitori e allora, proprio in questo periodo, così nuovo e difficile, il gruppo dei pari diventa fondamentale.

Si ascoltano gli amici, non i genitori, ci si veste come gli altri, si parla tutti nello stesso modo e si inizia a mettere una distanza dagli adulti che non capiscono il loro linguaggio, la loro musica, i loro interessi. I genitori, in qualche modo, durante l’infanzia dei propri figli, si preparano ad affrontare gli anni difficili dell’adolescenza, in cui il proprio figlio/a cambia odore, non vi guarda più con gli stessi occhi, è limitato negli abbracci, sta chiuso in camera.

Le identificazioni

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