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Puntata 1: Ansia e attacchi di panico

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E’ ora disponibile la prima puntata della trasmissione radiofonica °Effettocortocircuito in onda tutti i giovedì alle ore 17 sulle frequenze di Radio Città del Capo 96.250.

Basta un clik in fondo a questa pagina per riascoltare il podcast della prima puntata. http://www.radiocittadelcapo.it/archives/effetto-cortocircuito-lo-sportello-psicologico-per-i-giovani-da-oggi-e-on-air-su-radio-citta-del-capo-184612/

Effetto Cortocircuito: trasmissione radio

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Questa mattina alle 10,00 Dedalus è stato ospite a Radio Città del Capo per parlare dello Sportello d’Ascolto psicologico PsyinBo e per lanciare la trasmissione Effetto Cortocircuito!

Entrambi i progetti sono realizzati in collaborazione col Comune di Bologna.

Effetto Cortocircuito andrà in onda tutti i giovedì alle h. 17.00 fino al 10 Agosto sulle frequenze di Radio Città Del Capo 96.250.

Le puntate sono realizzate da Dedalus di Jonas e Fantateatro in collaborazione con il Comune di Bologna.

Oggi pomeriggio parleremo di ansia e attacchi di panico.

L’unica trasmissione radio che spiega con un linguaggio molto semplice e con degli esempi i principali sintomi del disagio contemporaneo: ansia e attacchi di panico.

➡ ANSIA
L’ansia è un sentimento che si manifesta quando siamo troppo presi da quello che gli altri si aspettano da noi. Ogni volta che ci dimentichiamo di NOI e ci occupiamo troppo di come ci vogliono gli altri, stiamo mentendo a noi stessi e si manifesta l’ansia.
Per dirla ancora più semplicemente: “con l’ansia faccio i conti con i vestiti che mi mettono addosso gli altri”.

➡ ATTACCHI DI PANICO
Gli attacchi di panico invece avvengono proprio quando gli altri non ci sono e quando stiamo facendo i conti solo con “noi stessi”. Apparentemente gli attacchi di panico avvengono proprio quando tutto va bene e tutto sembra funzionare nella vita.

Restate sintonizzati con noi e con Radio Città del Capo 96.250, tutti i giovedi alle 17:00!

…la prossima puntata parleremo di #Bullismo.

 

Mettete una psicoanalista al concerto di Vasco

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In quante persone, sia prima che dopo questo epocale Modena Park, hanno domandato: cosa ci trovate in quest’uomo che canta solo ehhhhh?
Perché per voi Vasco è un mito?
Perché fate tutte quelle pazzie pur di andare a vedere questo drogato dissipato?
Sudati e stanchi, alle 4 di mattina, seduti per le strade di Modena, ce lo domandavamo con un paio di colleghe: perché proprio lui, a differenza di tantissimi altri bravi cantanti, fa questo effetto alla gente?
Perché la chiacchierata combriccola dei 225mila non ha distrutto Modena? Non ha creato tafferugli? Non ha creato scompigli? Non ha dato scandalo?

Ieri, mentre raccontavo a mio marito, forse per la centesima volta, Modena Park , lui ( che di mestiere NON fa lo psicoanalista) mi ha detto: avete un transfert psicotico per lui.
Queste parole mi hanno improvvisamente portato alla mente un concerto di un altro cantante ( di cui non farò il nome) che, qualche tempo fa, era tanto impegnato ad interagire col pubblico: su le mani, giù le mani, tutti insieme, ripetete con me, ripetete dopo di me…
Questo è un buon esempio di “transfert psicotico”: fare ciò che l’altro, che si trova, per qualche ragione, in una situazione di “potere” e di “superiorità”, domanda.
Ai concerti di Vasco questo non succede mai. Vasco non mette mai il microfono verso il pubblico per farlo cantare, non domanda mai di fare un gesto piuttosto che un altro. Il pubblico però lo fa, all’unisono, sempre. (Per quelli che amano la precisione: a Modena Park ha domandato di fare dei gesti sulle note di “Non mi va” ma li era chiara l’ironia).

Nei giorni che hanno preceduto Modena Park, Vasco non ha mai chiesto niente a chi stava per andarlo a vedere, non ha mai domandato di comportarsi bene, di fargli fare bella figura con Modena e col mondo, non ha fatto nessuna raccomandazione, nonostante conosca bene i suoi “soliti”.
I suoi 225mila però, sanno che quella è la sua occasione, la sua festa e non gliela rovinano: non ho mai visto persone tanto educate tutte insieme.
I Concerti di Vasco sono pieni di rituali e tradizioni, non solo quelli che lui ha creato per il pubblico ma che il pubblico ha creato per lui e che rimangono immutati nel tempo.

Le persone cantano continuamente e sanno con quali lalala eeeeeehhh oooooohhhh accompagnare la parte strumentale, con quali gesti sottolineare certe parole e in quale momento alzare le mani al cielo.
Sanno che Vasco sbaglierà Canzone perché lo emoziona cantarla tutta e sanno che sparirá mentre la band continuerà a suonare Albachiara. Sanno che sarà così, sempre, ogni volta che ci andranno.

Come si chiama in analisi tutto questo? Transfert.

Cos’è il transfert: è credere che qualcuno sappia qualcosa che tu non sai e per questo amarlo.
Come ci ricorda una celebre frase di Lacan nel seminario XX “colui cui suppongo il sapere io amo”.
Amare è diverso dal piacere, come la lingua italiana ci ricorda. Qualcuno ci può piacere moltissimo ma possiamo non amarlo, possiamo non credere dunque che possegga un qualcosa in più, quel “quid”, quel “sapere”.
Ma sapere su cosa?

In analisi si suppone che l’analista verso cui si installa un transfert ( condizione prima perché possa avvenire un lavoro d’analisi) abbia un sapere su di noi, sulla nostra vita, sulla nostra esistenza. Quante volte lo sentiamo dire dai pazienti: secondo me lei ha già capito tutto! Perché me lo domanda se lo sa già? Me lo dica lei che conosce la risposta. Frasi che indicano un movimento transferale nei confronti del terapeuta. Il terapeuta si suppone che sappia.
Quando ci troviamo davanti al transfert per Vasco dunque che sapere gli suppone il suo pubblico?
Un sapere sulla vita. Un sapere sull’orrore della vita. Per parafrasare Freud: un saperci fare con lo schifo della vita, col dolore della vita, senza impazzire (del tutto) e senza suicidarsi ( del tutto).
Lui sa come si fa, nonostante tutto, a stare in piedi in questa vita che è così complicata.
Questo suppongono che sappia e per questo lo interpretano, si occupano di quello che lui desidera, interrogano ad ogni concerto la sua domanda che suppongono faccia a loro.
Ogni volta che il suo popolo lo incontra si chiede: cosa vuoi da noi?
È per questo che al Modena Park è andato così impeccabilmente bene, perché hanno supposto che questo fosse il suo desiderio. Facciamogli vedere chi siamo! Facciamogli vedere cosa sappiamo fare, quanto sappiamo essere seri.

Ogni analizzante, se si trova preso dal transfert, interpreta del suo analista ogni piccolo gesto. Perché nel transfert il soggetto in analisi ripone la sua più grande domanda: Altro cosa vuoi da me? Come mi vuoi? Cosa posso fare perché tu sia fiero di me? Perché tu mi voglia bene?

 

La differenza fra un cantante che piace e un cantante che diventa un mito.

Proprio mentre scrivo queste due considerazioni leggo l’unica frase che Vasco ha postato, oggi, dopo Modena Park.

“Sono orgoglioso e fiero di voi.. siete i più belli..!! 225.000 volte grazie !!!”

Ha risposto. Alla domanda silenziosa che il suo pubblico gli faceva, nascosta dalle urla, dalle note stonate e dalla stanchezza delle ore in piedi: Sei orgoglioso di noi?
È questo che fa la differenza fra un cantante che piace e un cantante che diventa un mito: è il transfert.
È supporgli quel sapere lì che fa la differenza.
Vasco ha indubbiamente il talento di suscitare transfert. Quante volte si legge di ragazzi che viaggiano chilometri per vederlo, si accampano davanti ai cancelli del concerto giorni prima pur di essere in prima fila? Il transfert è anche questo: fare muovere.
Muoversi verso qualcuno che sa qualcosa che noi non sappiamo, e non è il sapere professionale sulla musica, sugli strumenti musicali, non è questo: è il sapere sulla vita. Il saperci fare con lo schifo che tutti incontriamo nella vita: gli amici che tradiscono, le malattie, le storie d’amore che finiscono, le malelingue, i fallimenti…

Vasco non rimane mai in una posizione di vittima lamentosa, è una fenice che si rialza e sa cosa farne del poco che rimane dopo un’ennesima, terribile tempesta.
È per questo che ogni volta che fa un concerto troverete che non solo i fan ne parlano ma anche chi non va all’evento parlerà di lui, di quanto non capisce, di quanto non gli piace, di quanto si discosta da quella massa di ignoranti che si accalca davanti ai cancelli.
Questo è transfert. Perché il transfert non è solo positivo è anche negativo. Ogni analista e ogni analizzante ha esperienza di questo nel suo percorso sul divano. Ci sono dei giorni che il tuo curante lo detesti: lei non mi ascolta mai! Lei preferisce gli altri pazienti a me! Lei non è bravo nel suo lavoro, dei miei amici che vanno da un suo collega stanno molto meglio di me.
Il transfert muove e smuove.

In questi giorni, dopo Modena Park, è evidente tutto questo: i fan che non si riprendono dalle nostalgie del concerto e i detrattori che, con altrettanti entusiasmo, ci tengono a sottolineare che a loro Vasco proprio non piace e non capiscono come si possa seguirlo.
Succedono spesso cose simili anche tra gli psicoanalisti, nelle loro scuole, nei loro circoli e, credetemi, è sempre e solo tutta colpa del transfert.
Perché il transfert è potentissimo e delle volte incendia troppo gli animi quando non viene utilizzato come strumento in seduta di analisi.
Al transfert non si resiste, un po’ come dire “al cuor non si comanda”.
Se tu supponi a Vasco quel sapere non puoi supporlo a Bruce Springsteen solo perché è più bravo a suonare la chitarra.
Se trovi che Vasco possa avere la chiave per vivere non puoi andarla a cercare in De Andrè perché lui si che scriveva dei bei testi.

Non è con la tecnica, con l’impeccabilità, con la bravura che si genera transfert ma è proprio con la mancanza, col proprio dramma interiore, col proprio essere un niente.
È proprio così che fa Vasco: parte dal suo dolore e lo trasforma ma non lo nasconde, non lo cela, non si inventa di essere qualcuno che non è.

Usa l’ironia per indossare l’abito della rock star al quale, però, non si identifica mai rendendolo a volte un abito caricaturale a volte grottesco.
Questo è quello che tenta di fare l’analista all’interno della cura: non nasconde lo schifo, la pulsione di morte, il godimento, il dolore sotto il tappeto rilancia sempre, mostra continuamente che con tutto questo qualcosa si può fare.

Non fa bene il suo mestiere quando se ne esce con una interpretazione favolosa, quando rilancia con un enigma ben articolato, fa bene il suo mestiere quando tiene duro e usa il transfert per legare insieme pulsione di vita e pulsione di morte, Eros e Thanatos.

Non sono le performance in analisi a rendere l’analisi efficace ma è la capacità dell’analista di maneggiare il transfert di tenere il soggetto al lavoro sulle proprie questioni fondamentali a riempire la stanza di analisi di vita anche quando tutto sembra morto.
Ed è proprio per questo che su quel giro li, su quegli accordi li, vedrete sempre la gente abbracciarsi all’improvviso con gli sconosciuti che hanno accanto ed esplodere fino a sgolarsi: Vivere! Anche se sei morto dentro. Vivere! E devi essere sempre contento. Vivere! È come un comandamento. Vivere o sopravvivere. Senza perdersi d’animo mai e combattere e lottare contro tutto contro oggi non ho tempo oggi voglio stare spento.

Blue whale: il gioco che spinge al suicidio

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Blue whale o balena blu: cos’è?

Il Blue whale (che tradotto in italiano significa la “Balena blu”) è il macabro gioco virtuale nato in Russia nel 2013 che si è diffuso attraverso il Social Network VKontakte (il social network più popolare in Russia) in diversi Paesi, come: Brasile, Francia, Gran Bretagna e anche Italia.
Il nome “Balena Blu” secondo il creatore di questo folle gioco di selfie-suicidi, deriva proprio dal fatto che proprio questo animale, in natura, spesso si “suicida” arenandosi sulle spiagge.

In Russia si contano già 157 vittime di questa attività criminale organizzata ed è ormai tristemente noto anche in Italia, specie dopo la puntata de Le Iene e dopo un primo suicidio di un ragazzino di 15 anni a Livorno a febbraio del 2017.
Si tratta di un gioco online assurdo e organizzato al quale prendono parte bambini e adolescenti, dai 12 al 17 anni circa e che dopo varie prove spingono letteralmente i ragazzi al suicidio e ne filmano e condividono anche la loro morte.

Il folle gioco è nato per diffondersi in rete ed è strutturato per indurre la mente dei ragazzini in uno stato di depressione profonda e controllata.

 

Blue whale: il video de Le Iene

Di seguito è possibile vedere il video de Le Iene trasmesso il 14 maggio 2017, della durata di 30 minuti e che mostra oltre alcune delle folli regole del gioco, anche il dolore di due madri russe, dopo la perdita delle loro figlie.

 

Blue whale: le regole del gioco

Le 50 regole di questo assurdo gioco devono essere svolte una al giorno, negli ultimi 50 giorni di vita dei ragazzini. Le regole comportano: dolore auto-inflitto, manipolazione, umiliazione, condivisione delle pratiche autolesionistiche effettuate con tagli e lesioni sul proprio corpo, dichiarazioni da filmare online, appuntamenti segreti con altre “balene” (ovvero ragazzini già presenti ad un livello superiore del gioco) o con un curatore, anche su Skype (cioè gli amministratori e tutor del gioco che reclutano i ragazzini), visione di video horror, l’ascolto di musica triste per 50 giorni, privazione del sonno e avvicinamento sui tetti e cornicioni.

La regola principale però, è quella di non parlarne con nessun genitore, di comportarsi come sempre e di non dare nessun segnale di partecipazione al gioco.

L’ultima e più perversa regola è quella di filmarsi e farsi riprendere mentre ci si suicida.

Chi è Philipp Budeikin

Philipp Budeikin è il ragazzo Russo ventiduenne, ritenuto uno dei creatori del gioco della Blue Whale.  Philipp, studente di psicologia e diretto responsabile del suicidio di almeno 16 ragazzini, attualmente è in carcere e non si mostra affatto pentito, anzi afferma: “Un giorno capirete tutti e mi ringrazierete…perchè ci sono persone e ci sono scarti biologici. Li ho spinti al suicidio per purificare la società”. “Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione, importanza”. Il rischio di emulazione è altissimo, avvertono gli psicologi e visto il contagio virtuale, nessuno Paese può considerarsi immune dal Blue Whale.

Come uscire dal gioco della Blue Whale

Stando a quanto compreso dai genitori delle vittime dopo la morte dei propri figli, uscire dal gioco senza aiuto era difficile o quasi impossibile: si veniva minacciati e in alcuni casi il ragazzino subiva minacce di morte indirizzate verso i propri parenti e familiari stretti qualora non avesse seguito tutte le regole fino alla morte.

 

Perché funziona paradossalmente così bene questa catena?

Perché si basa sulle regole base del bullismo:

  • IL GRUPPO ( è un attività che si avvale dei social);
  • IL PUBBLICO ( le prove vanno filmate e condivise);
  • LA SEGRETEZZA RISPETTO ALL’ALTRO  ( gli adulti non devono assolutamente sapere che si partecipa al gioco).

Quando parliamo di bullismo raccontiamo spesso il paradosso della condizione di vittima, inconsciamente il soggetto trae una certa soddisfazione è un certo posto nel mondo attraverso questa posizione dolorosa.

Questo gioco in un modo esponenziale ci mostra qualcosa di questo soddisfacimento inconscio: i soggetti scelgono di entrare nel gioco nel ruolo di vittima. Spesso incontriamo nelle vittime questo dolore intimo del sentirsi un niente, del sentirsi esclusi, ai margini, il bullo invece in qualche modo li vede, si accorge di loro, fa loro compagnia, li aspetta tutti i giorni.

In questo terribile gioco mortale sembrano andarsi a dipanare proprio i presupposti e le fragilità che possiamo comunemente incontrare nei ben più limitati ed apparentemente più innocui episodi di bullismo all’interno delle nostre scuole e delle nostre comunità.

Quella che comunemente viene definita “la fragilità” della vittima è qualcosa che ha solide radici nel profondo dell’animo dei ragazzi: essere un niente. Proprio come dice bene l’inventore del gioco “scarti biologici”, non degni di appartenere del tutto alla società del mondo che abitano.

Spesso la stessa posizione inconscia la troviamo con abiti diversi anche nel bullo. Se prendiamo di nuovo questo eclatante caso lo ritroviamo nelle parole dell’inventore: “Un giorno capirete, li ho spinti al suicidio per epurare la società”. Anche qui quello che leggiamo chiaramente è che egli è fuori dal mondo che abita, un mondo che non capisce che non funziona, un mondo da cui esce facendosi incarcerare.

Bullo e vittima dunque si incontrano qui in questo tentativo di creare una società diversa da quella degli adulti, una società in cui non sentano questa esclusione che si portano continuamente addosso.

La psicologia e lo sport

Sono nato persona o sono nato atleta?

Di fronte alla dichiarazione della mia professione mi sono capitate reazioni di paura, magari di essere ipnotizzati seduta stante, oppure di padronanza dell’argomento. Perfino Freud si era accorto che “quando in un salotto si parla di psicologia, ciascuno si ritiene in diritto di dire la sua perchè, in quanto essere umano, dispone di pensiero e ragione“.

E’ opportuno allora fare un po’ di chiarezza intorno a ciò che è psichico in generale e intorno alla psicologia dello sport in particolare.

C’è una componente molto sana nel rivolgersi ad uno specialista (che sia uno psicologo o uno psicoterapeuta) per farsi aiutare ad affrontare un momento difficile, proprio come andare dal dentista quando ci si accorge di avere una carie.

La psicologia dello sport, come branca della psicologia, è atta a formulare basi scientifiche su allenamento, prestazione, competizione. Si applica sia all’atleta evoluto che all’osservatore interessato, passando per le attività scolastiche ed educative. Molti soggetti, infatti, hanno intuito quanto le proprie risorse personali, e quindi anche quelle psicologiche, possano influire in maniera determinante sul raggiungimento di un risultato. Viene quindi sfatata la diceria che campioni si nasce: se è vero che il talento non si inventa è possibile coltivare la capacità di crescere e sviluppare le nostre risorse personali.

Per questo motivo è necessario riconoscere l’importanza di affiancare all’allenamento fisico quello mentale che comporta un lavoro sulle capacità psichiche quali la motivazione, l’attenzione, la concentrazione e l’emotività.

Come fare sport: lo sviluppo del bambino

Ogni giorno un enorme numero di giovani si cimenta in attività sportive, confrontandosi tra loro sia per quel che riguarda le capacità fisiche che mentali. Diventa allora importante accennare a quelle che sono le caratteristiche psicologiche e cognitive di un ragazzino durante la fase di crescita, perché interessano il suo “come” fare sport. Dividere le caratteristiche in tre categorie, bambino, preadolescente e adolescente, aiuterà ad avere un corretto approccio con il giovane atleta.

IL BAMBINO

  • reagisce solo a ciò che é reale e presente al momento

  • non é capace di pensiero astratto

  • non programma a lungo termine (diventa assurdo quindi avviare una specializzazione precoce)

  • trova piacere nel gioco, nella verifica delle proprie abilità

  • non risponde a senso del dovere e responsabilità

  • non possiede motivazioni per interpretare il gioco come lavoro

 

IL PREADOLESCENTE

  • familiarizza con il pensiero astratto

  • desidera vedere fin dove può arrivare

  • può programmare obiettivi a lungo termine

  • si impegna nella cooperazione

 

L’ADOLESCENTE

  • può preparare gli stadi più alti della professionalità e vivere il ruolo dell’adulto

Per quello che riguarda invece le competenze dei genitori, si potrebbero sintetizzare così:

  • comprendere cosa vogliono i figli dallo sport ed adeguarsi, cercando di trasmettere loro aspettative realistiche

  • trasmettere un’interpretazione positiva delle leggi sportive, sottolineando che vincere o perdere non è sinonimo di successo o fallimento personale

  • porre l’accento esclusivamente sulla disciplina e sull’impegno

  • non interferire con gli istruttori nel piano tecnico

  • conservare l’entusiasmo dei figli a prescindere dal risultato

L’esperienza sportiva può creare nel ragazzo benefici o danni: tutto dipende dalla qualità di questa esperienza, che è in mano a tutti gli adulti coinvolti, siano essi genitori, tecnici, dirigenti o psicologi. Non bisogna dimenticare che lo sport dovrebbe essere esclusivamente un piacevole strumento di crescita.

Il gruppo squadra

Il famoso Menenio Agrippa sosteneva che i componenti di un gruppo devono sentirsi come parti integranti di uno stesso corpo, tutti di pari valore. Sarebbe stato sicuramente un buon leader per la sua squadra!

E’ importante infatti che, all’interno della squadra, l’atleta si integri psicologicamente attraverso la più completa adesione affettiva ed ideologica, condividendo appieno ogni forma e valore. Per l’atleta la squadra deve quindi essere un gruppo di riferimento. Se così non fosse parteciperebbe alla vita del gruppo solo in termini utilitaristici che porterebbero ad effetti negativi quali disfunzionalità, debole coesione ed una difficile conduzione del gruppo.

Essendo la squadra un gruppo ristretto, dispone di una certa energia interna, di cui una frazione può essere liberata, impegnandola per il raggiungimento di due scopi: mantenere gli individui nel gruppo (energia di mantenimento) e raggiungere gli obiettivi prestabiliti (energia di produzione). Un gruppo ben coeso sarà quindi portato a raccogliere più successi, che a loro volta aumenteranno il grado di coesione del gruppo stesso.

La squadra sarà più solida nella misura in cui ci sarà riconoscenza reciproca e comprensione tra i compagni: non è quindi mettendo insieme i migliori elementi in circolazione che si ottengono i successi maggiori; è molto meglio radunare quei soggetti che sanno agire correttamente alle azioni e agli stati d’animo dei compagni.

Per quel che riguarda gli obiettivi, è necessario che un atleta abbia ben chiaro per quale scopo lavora sodo e sacrifica una parte della sua vita. Solo così potrà dare il massimo di sè stesso e continuare ad essere motivato.

Per richiamare quel “tutti di pari valore” che compare nella frase di Menenio Agrippa, è fondamentale che tutti i componenti di una squadra siano posti sul medesimo piano, dal panchinaro a colui che utilizza più minuti sul campo, se non sul piano tecnico, dove le differenze potrebbero essere evidenti, sicuramente sul piano umano.

E’ quindi utile che un giovane atleta prenda “lezioni” da un giocatore più esperto ma è parimenti utile che sia consapevole di essere nella squadra per un determinato motivo, perchè si crede in lui e partecipi, nel suo ruolo, al tentativo di raggiungere quel famoso obiettivo comune, che deve essere comune proprio a tutti (dirigenti, allenatori, atleti) perchè questa comunione di scopi favorirà l’integrazione nel gruppo squadra.

Anche “dare voce al gruppo” è importante per ottenere una buona coesione. Incoraggiare l’autogestione del gruppo e organizzare riunioni in cui si possa parlare proprio di tutto è il modo migliore per amalgamare il gruppo. La messa in discussione delle decisioni dell’allenatore da parte degli atleti, infatti, non fa perdere autorità: potrebbe, al contrario, far emergere nei giocatori un sentimento di responsabilità e di partecipazione e renderli più legati alla maglia che hanno l’onore e l’onere di indossare. E’ altrettanto importante che queste riunioni siano vissute in modo completo, senza limitare gli animi: lasciare spazio a queste eventuali forme di scarico dell’aggressività reciproca e imparare a gestirle impedirà che compaiano la domenica sul campo.

Presenza e ansia

La presenza è la capacità di non mentirci, sentirci cioè per come stiamo fisicamente ed emotivamente, in un determinato momento. Solo così saremo infatti in grado di conoscerci per ciò che siamo e per quelle che sono le nostre reazioni, essere in grado di non spaventarci e prendere le necessarie contromisure a seconda delle nostre personali esigenze. Presenza è quindi anche capacità di fermarsi e non farsi prendere dall’ansia.

Ma cos’è l’ansia? La definizione più semplice la descrive come una paura acquisita che si manifesta con una sensazione cosciente di pericolo imminente, accompagnata da sintomi somatici quali tachicardia, dispnea, sudorazione intensa, nausea, tensione muscolare.

Un certo grado d’ansia è indispensabile per poter svolgere un’attività agonistica in quanto produce modificazioni fisiologiche favorevoli per affrontare la competizione, predisponendo attentivamente ed emotivamente l’atleta alla gara. Ma cosa significa “un certo grado”? Qui diventa importante il conoscersi, il notarsi, il non nascondersi dietro ad una facciata di invulnerabilità emotiva.

Ma perchè lo sport, che dovrebbe essere un divertimento, si rivela invece una fonte d’ansia che fa stare male?

Una gara è ansiogena per definizione, perchè comporta la messa in gioco del soggetto e l’incertezza del risultato, soprattutto nelle discipline individuali dove la responsabilità del successo o del fallimento non è condivisa tra i membri del gruppo. Inoltre, possono suscitare ansia il rapporto con il pubblico e i media e le situazioni frustranti come l’attesa della gara e la consapevolezza della superiorità dell’avversario. Infine, non ci si può dimenticare del fantasma dell’infortunio.

L’infortunio

E’ importante accettare l’infortunio come parte dell’attività sportiva e il periodo devoluto alla riabilitazione non come tempo perso ma come parte di un processo di apprendimento e, magari, anche di crescita.

L’infortunio può essere uno dei più grandi ostacoli al raggiungimento del successo sportivo e, di conseguenza, una delle cose più traumatiche, emotivamente e psicologicamente.

La sfida che comporta va oltre l’aspetto fisico della riabilitazione e la gravità dell’infortunio stesso. La risposta di un atleta ad un infortunio può essere paragonabile ad una reazione di perdita o di lutto. Il soggetto attraverserà quindi le fasi di ansia e negazione, rabbia, depressione, accettazione e speranza che caratterizzano il lavoro del lutto.

Il fissarsi o il non comparire di una di queste fasi può indicare qualche problema che influenzerà il processo riabilitativo. E’ utile quindi vedere l’infortunio non come un episodio ma come un processo e fare attenzione anche agli equlibri psicologici oltre agli aspetti biomeccanici.

La riabilitazione

Nella relazione che l’atleta andrà a costruire con il riabilitatore due sono i punti chiave: comunicazione e attività. La comunicazione comprende, da parte dell’atleta, la consapevolezza di ciò che gli è successo, ciò che comporterà, cosa dovrà fare per uscirne. Solo così potrà impegnarsi con fiducia e minore ansia. D’altra parte è importante che l’atleta abbia un ruolo attivo e si senta parte integrante del programma.
Dal punto di vista psicologico, gli elementi chiave per una riabilitazione efficace sono:

  • educazione

  • definizione degli obiettivi

  • supporto sociale

L’educazione consiste in una spiegazione di ciò che ha causato l’infortunio e di quello che sarà il suo adeguato trattamento riabilitativo assieme ad una definizione delle aspettative personali dell’atleta e del riabilitatore.

La definizione degli obiettivi lega la motivazione all’azione. Gli obiettivi sono qualcosa di concreto da raggiungere e per cui vale la pena impegnarsi attivamente.

Il supporto sociale è necessario in quanto la relazione con il riabilitatore non può bastare, anche se è auspicabile che sia basata su quel cameratismo già vissuto con i propri compagni di squadra o di allenamento. Famiglia, amici, allenatori, compagni, dovrebbero essere coinvolti nel processo riabilitativo per fornire un supporto sociale completo. Infine, è consigliabile che l’atleta continui a frequentare, ove possibile, i campi di allenamento e di gara che lo vedevano ( e lo rivedranno) protagonista.

Ubaldo Pedretti

Psicoterapeuta – Psicologo dello Sport

Bullismo e cyberbullismo: storie dei ragazzi di tutti i giorni

“Genitori Informati”, conferenza a Cervia del 22 Febbraio 2017

Bullismo/cyberbullismo

Di giovani ne ascoltiamo tanti e di età diversa e molto spesso accade raccontino che, in passato o nel presente, hanno sofferto di episodi di bullismo/cyberbullismo. Pochissime volte è accaduto che un soggetto venisse da noi in terapia dicendo di essere un bullo o un cyberbullo e che questo fosse motivo di sofferenza. Il fenomeno, preso dalla parte del bullo, apparentemente non provoca disagio, non isola, non fa sentire il ragazzo o la ragazza triste, depressa.

Anzi, possiamo dire che essere un bullo è quasi una soluzione. Diventi leader di un gruppo, ti senti forte, gli altri ti seguono, ti spalleggiano, preferiscono stare dalla tua parte piuttosto che essere presi in giro. Partiamo da una prima domanda: essere un bullo è una possibile soluzione a cosa? Alle sofferenze che il ragazzo prova. Per esempio, andando nelle classi, alla domanda chi è il bullo e chi è la vittima, sempre, e dico sempre, i ragazzi alzano la mano. Non è qualcosa di cui ci si vergogni, non è qualcosa di segreto nel gruppo dei pari.

Si sa sempre nel gruppo chi è il bullo e chi è la vittima. Nell’età dei vostri ragazzi, l’adolescenza, periodo in cui il giovane comincia a cambiare sul corpo, a non essere più il vostro bambino/a che vestivate, che ascoltava ogni vostro consiglio o rimprovero, inizia a farsi le proprie idee sul mondo, a desiderare di separarsi un po’ dalla parola dei genitori e allora, proprio in questo periodo, così nuovo e difficile, il gruppo dei pari diventa fondamentale.

Si ascoltano gli amici, non i genitori, ci si veste come gli altri, si parla tutti nello stesso modo e si inizia a mettere una distanza dagli adulti che non capiscono il loro linguaggio, la loro musica, i loro interessi. I genitori, in qualche modo, durante l’infanzia dei propri figli, si preparano ad affrontare gli anni difficili dell’adolescenza, in cui il proprio figlio/a cambia odore, non vi guarda più con gli stessi occhi, è limitato negli abbracci, sta chiuso in camera.

Le identificazioni

Dicevo, in questo periodo, il branco, il gruppo diventa fondamentale per l’adolescente. Per stare dentro, ognuno deve trovare il proprio posto, un ruolo. È necessario che ogni soggetto abbia, per così dire, un vestito da indossare, un ruolo, quelle che in psicoanalisi si chiamano identificazioni.

Per intenderci, uno può essere definito lo sportivo, la secchiona, la bella, e anche, appunto, il bullo o lo sfigato, il mostro e quindi la vittima. La prima questione è proprio questa: il bullo o la vittima sono delle maschere, delle identificazioni, sono il vestito che un soggetto sceglie di indossare per andare in giro per il mondo. Attenzione, ho usato, non a caso, la parola scegliere, perché mi rendo conto che è difficile da comprendere, ma essere un bullo o una vittima è una scelta per stare al mondo.

Ti permette di avere un posto, dice qualcosa di te: per esempio che sei uno forte, che non si fa fregare, che ha sempre la risposta pronta oppure che sei un debole, una pappamolla o che sei grasso, timido, troppo piccolo e cosi via.

Non sono gli unici ruoli possibili perché non tutti i ragazzi scelgono di essere bulli o vittime. Ma in queste identificazioni emergono delle caratteristiche che ci danno un nome, magari non ci piace, ci fa soffrire ma comunque sempre meglio di non essere nulla.

Due facce della stessa medaglia

Prima dicevo che essere un bullo è una possibile soluzione ad una sofferenza. Il ragazzo decide di prendere in giro gli altri, di essere un prepotente perché magari non sa come affrontare il proprio disagio: genitori che non lo ascoltano, fratelli che lo escludono o lo prendono in giro, dolori dovuti all’accettazione della separazione dei propri genitori e allora, per reazione, perché ogni soggetto ad un dolore reagisce in un modo diverso, scelgono di affrontare l’angoscia mettendola sugli altri, su qualcuno che apparentemente si presta a tutto questo, qualcuno che mostra molto più apertamente la propria debolezza, sia per caratteristiche fisiche o altro.

Quindi possiamo già iniziare a dire che bullo e vittima non sono poi così diversi, anzi sono due facce della stessa medaglia, in altre parole, soffrono entrambi. Il bullo non agisce da solo ma ha bisogno di un gruppo, di amici che guardano, che aiutano il bullo e che lo seguono. Il bullo, senza gruppo, non ha senso di esistere. Le prese in giro non avvengono uno ad uno, l’accanimento contro qualcuno è sempre da parte di più ragazzi guidati da un leader, appunto il bullo.

I luoghi del bullismo e del cyberbullismo

Tutto questo avviene nei luoghi che frequentano i ragazzi: scuola, palestra, piazza del paese e così via. Questo non è un fenomeno nuovo, c’è sempre stato. In passato, però, un ragazzo veniva preso in giro a scuola e, tornato a casa, le prese in giro finivano almeno fino al giorno successivo perché non c’erano il cellulare, internet, i social.

Ora, invece, con le nuove tecnologie, tutto questo non ha mai fine sia per il bullo che per la vittima, quello che avviene faccia a faccia può continuare tutto il tempo su internet. Allora è stata coniata la parola cyberbullismo. Il fenomeno è maggiormente insidioso perché su internet, con i social come facebook, o su whatsapp, il cyberbullo e, di conseguenza, il gruppo, non hanno limiti, accanendosi maggiormente sulle vittime, senza toccare il corpo reale ma con le parole, con le immagini.

L’accanimento avviene ininterrottamente, ad ogni ora della notte e del giorno, senza mai una pausa, un silenzio, senza uno spazio vuoto che possa permettere al gruppo del bullo o alle vittime di simbolizzare quello che accade, di avere a che fare con la propria angoscia in altro modo.

Per il bullo, lo spazio di vuoto, d’interruzione, servirebbe per fermarsi ma è proprio quello che non vuole perché comporterebbe avere a che fare con i suoi dolori, quelli che lo fanno soffrire realmente, e per la vittima per avere una tregua dall’angoscia di occupare solo il posto dell’oggetto umiliato e mortificato.

Il peso delle parole

Ora vorrei farvi vedere un video per mostrarvi un po’ di più un esempio di quello di cui sto parlando. È realizzato da Mtv, canale visto e seguito dai ragazzi, a mio parere molto istruttivo.

Ecco, qui racconta molto bene quello di cui vi sto parlando. Le prese in giro, in questo caso su Gaetano, definito uno sfigato con gli occhiali spessi, continuano anche su internet, con l’amplificazione dell’esclusione.

I ragazzi fanno uno scherzo e con il loro cellulare filmano la presa in giro, aprono una pagina contro di lui raggiungendo molte più persone. Il povero Gaetano, oltre ad essere preso in giro dalla sua classe, diventa diciamo “popolare” anche sui social e raggiunge molte più persone della sua scuola che si accaniscono su di lui. Tutto questo, è banale dirlo, ma può avere degli effetti devastanti sulla vittima. Ma cosa notate in questo video?

Non c’è la presenza o il riferimento ad un adulto. Tutto è avvenuto tra ragazzi della sua classe e continuato su internet, dove non si percepiscono i limiti, aprendo pagine contro qualcuno senza essere facilmente beccati, facendola franca con i genitori, gli insegnanti e anche con la legge. Perché spesso i ragazzi pensano che su internet, sulle chat, si possa dire e fare tutto, senza conseguenze.

Spesso i ragazzi che ascoltiamo raccontano che su whatsapp si sentono più liberi di dire tutto perché lì le parole perdono d’importanza, perché non ci si mette la faccia e allora si può essere maggiormente senza limiti sia nel bene che nel male. Ma le parole hanno, comunque, un peso anche se non vengono dette di persona e possono essere, come dice Samuele Bersani, dei sassi.

Il rapporto delle ragazze con la propria immagine

Vi faccio vedere un altro video.

Qui sono più chiare sia l’ingenuità che la responsabilità della vittima. Inizialmente, nel video, c’è la parola di un adulto: “Vai in giro per il mondo facendoti i fatti tuoi, invisibile”. La ragazza poi si innamora e può accadere, essendo cambiati i tempi, che questo venga in qualche modo accompagnato dall’uso del cellulare e dalla condivisione di foto.

La ragazza, ad un certo punto, si perde e si sente cambiata anche sul corpo, non capendone il motivo. In qualche modo si scontra con due immagini: la sua, quella della ragazza invisibile e quella invece che vedono tutti a causa appunto di un’immagine diversa che voleva condividere solo con il suo Marco; diventa visibile a tutti, con le conseguenze che il video spiega molto bene.

Da lì, volente o nolente, la sua immagine cambia agli occhi degli altri e lei, come racconta, con quella non si ritrova, andando in giro successivamente sempre con il cappotto. Questo, nell’età dei vostri figli e soprattutto figlie, può accadere, perché sotto questo aspetto le ragazze hanno molto più a che fare con il rapporto con la loro immagine che cambia e mostra le forme e di conseguenza con questo devono farci i conti.

Fanno varie prove con questo corpo, sia per piacersi sia per piacere ai ragazzi. Perché l’adolescenza è anche il periodo in cui emergono le prime pulsioni sessuali e ci si apre al mondo, anche a quello dell’amore. In questo difficile momento di cambiamento sul corpo, le ragazze fanno molte più prove d’immagine rispetto ai maschi.

Si fanno delle foto e pubblicano sui social delle immagini che non sempre corrispondono loro, osando molto di più perché nella realtà si fa più fatica in adolescenza a giocarsi qualcosa del proprio corpo per il timore di essere prese in giro o di non trovarsi a proprio agio con una maglietta più stretta o un jeans più attillato. Internet permette illusoriamente di poter giocarsi qualcosa della propria immagine senza mettersi in pericolo.

Tutto questo, a volte, può avere delle conseguenze sia perché vengono condivisi da altri senza il permesso sia perché poi la ragazza che ha osato non si ritrova con l’immagine visibile a tutti, rimanendo incastrata, per esempio, come in questo caso, tra la ragazza visibile senza vestiti e la ragazza invisibile che invisibile non è più ma è costretta ad andare in giro con il cappotto.

I genitori

Torniamo ai genitori, agli adulti. I ragazzi provocano o subiscono sofferenza e l’adulto è tagliato fuori, non sa nulla. I ragazzi non si confidano, hanno paura, come dicono loro, di “fare la spia” e di conseguenza, di rischiare che aumentino le prese in giro.

Cercano di risolversela da soli, sperando che possa finire o che il bullo o il cyberbullo si stanchi e decida di passare ad un’altra vittima. È un fenomeno molto omertoso che avviene, appunto, fuori dallo sguardo dell’adulto. Anche perché su internet non c’è il corpo reale, i ragazzi non arrivano a casa con un occhio nero o con dei graffi, con qualcosa che si vede, è tutto filtrato e protetto dalla rete.

Da questo punto di vista, quando durante le sedute con uno psicologo in Dedalus ascoltiamo i genitori, raccontano sempre che all’inzio non si erano accorti di nulla, anzi, in qualche modo erano tranquilli, perché il proprio figlio era a casa, protetto, su internet non incorreva nei rischi della droga, dei cattivi incontri e così via. Di solito, il genitore chiede aiuto quando la situazione esplode, quando in qualche modo diventa visibile.

Allora iniziano gli insuccessi scolastici ai quali non si riesce a dare una spiegazione, essendo il figlio/a sempre andato bene a scuola. Oppure il figlio/a si isola, non vuole più fare sport, andare a scuola e si rifugia in camera stando sempre su internet, perché in rete si trova sia l’accanimento delle prese in giro che avvengono a scuola sia la soluzione a tutto questo, trovando gruppi di amici virtuali che hanno lo stesso problema, confidandosi e consolandosi a vicenda, perdendo lentamente ogni contatto con la vita reale e facendo diventare quella l’unica vita possibile.

Allora lì arrivano i genitori spaventati dal figlio che passa troppe ore sul computer, non mangia più, non dorme più, chattando tutta la notte o giocando on line per moltissime ore. O ancora, altro fenomeno molto diffuso tra i ragazzi è quello di farsi del male. Dicevamo, le prese in giro vengono amplificate on line, dove non c’è il corpo ma solo le parole, le ingiurie fanno male e il dolore però si manifesta sul corpo reale, passando talvolta non dalle parole ma dai tagli inflitti sulle proprie braccia, gambe.

Il taglio serve per dare un posto alla sofferenza diffusa che il ragazzo prova ma di cui non riesce a parlare. Localizzandolo sul corpo per il tempo del taglio, il ragazzo sostituisce al dolore a cui non riesce a dare un nome una ferita che si vede.

La parola ai genitori

Non vorrei riempire tutto il tempo parlando solo io, ma vorrei ascoltare anche voi, se avete domande, curiosità, qualcosa da chiedere e riflettere insieme su tutto questo.

Domanda: “Come possiamo noi genitori capire che nostro figlio sta soffrendo, in modo da arrivare prima che la situazione sia già esplosa?”

Risposta: “Purtroppo non esiste un manuale per questo e non ci sono indicazioni che posso darvi. Quello che mi sento, però, di dirvi è di ascoltare i vostri figli e di provare a dare loro l’esempio. Fate vedere loro che ci sono cose nella vita reale che vi appassionano, che avete amore per vostro marito/moglie, per il vostro lavoro o per un vostro hobby. E soprattutto ascoltateli e siateci, anche quando vi sbattono la porta in faccia e smettono di essere i vostri bambini”

Una mamma racconta la storia di suo figlio G.: “Mio figlio è proprio uno di quei ragazzi con gli occhiali spessi descritti dal video di Mtv mostrato dalla terapeuta. Però lui è stato fortunato, perché ha incontrato degli amici che scherzano con lui dei suoi fondi di bottiglia, e non di lui. Sono d’accordo con la dottoressa, ricordo anche io bene cosa significa essere adolescente e trovarsi a scegliere quale vestito, quale maschera indossare.

Alcune ti vengono messe addosso, altre le accetti, molte le eviti. Io e mio marito parliamo e abbiamo parlato spesso di G., ormai diciottenne, e di come comportarci con lui. Credo che l’unico modo possibile sia l’ascolto e insegnare, a parole ma anche con l’esempio, che nessuna delle maschere è definitiva e unica, ma che volendo la si può cambiare e essere quello che si vuole”

Domanda: “Come facciamo noi genitori a gestire il mondo dei social, a proteggere i nostri figli dato che nelle classi dei nostri ragazzi tutti possiedono uno smartphone?”

Per alcuni bisognerebbe impedire totalmente l’accesso ai social, escludendo i ragazzi dall’uso di internet.

Risposta: “Io non credo che impedire ai ragazzini di usare internet sia una via corretta, né percorribile. A prescindere dalle scelte educative di ogni famiglia, le nuove tecnologie sono come la televisione di un tempo, sono mezzi che esistono e che dobbiamo imparare a gestire. Avere un momento della giornata in cui ci si rilassa danti alla televisione o in cui si usano i social network non è necessariamente negativo se fatto in modo consapevole”.

Perchè i ragazzi ci fanno così paura?

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La solitudine degli adolescenti

Dedalus, studio di psicologi a Bologna nelle ultime settimane ha avuto modo di incontrare numerosi studenti delle scuole medie e superiori di Bologna e della Romagna. Lo ha fatto attraverso la proiezione di due film ( “The beat beneath my feet” e “Cyberbulli-pettegolezzi on line”) in cui i protagonisti erano degli adolescenti alle prese con la loro vita, le loro difficoltà, i propri dolori familiari. Film molto diversi tra loro ma avevano un punto in comune: la solitudine dell’adolescente. Sì perché troppo poco si parla di come un ragazzo, a 15 anni, può sentirsi completamente solo e senza parole per esprimere la propria sofferenza

Quali sono i motivi della solitudine?

I motivi della solitudine, possono essere i più disparati: problemi familiari, difficoltà amorose, prese in giro da parte degli altri compagni di scuola, prepotenze che i ragazzi infliggono agli altri per difendersi da un dolore che non si riesce a mettere in parola. Gli studenti hanno parlato e anche tanto, il tempo a disposizione non è stato sufficiente per ascoltarli tutti e attraverso le vite dei protagonisti dei film molti di loro hanno condiviso difficoltà, insicurezze, la profonda solitudine che provano.

La percezione dell’Altro

Quello che ha colpito maggiormente Dedalus è stato che i ragazzi non hanno mai fatto riferimento agli adulti, come se nei loro problemi, nelle loro domande, nei loro dolori, l’Altro non potesse fare nulla, non fosse in grado di ascoltarli e di aiutarli ad uscire da situazioni complicate come le prese in giro su whatsapp, in classe o i ruoli e le maschere in cui i ragazzi sono incastrati e che li fanno stare male. Negli studenti che abbiamo incontrato è emerso che loro non aspettano più la risposta dell’ Altro, come se dall’adulto non si aspettassero nulla se non di tenerlo tranquillo e di non angosciarlo. Cosa è accaduto agli adulti? Quando hanno smesso di parlare con i ragazzi? Perchè gli adolescenti sono così intimoriti dalle fragilità dell’Altro tanto da non caricarlo delle loro preoccupazioni?

Genitori e figli: il tempo dell’ascolto

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