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Bullismo e cyberbullismo: storie dei ragazzi di tutti i giorni

“Genitori Informati”, conferenza a Cervia del 22 Febbraio 2017

Bullismo/cyberbullismo

Di giovani ne ascoltiamo tanti e di età diversa e molto spesso accade raccontino che, in passato o nel presente, hanno sofferto di episodi di bullismo/cyberbullismo. Pochissime volte è accaduto che un soggetto venisse da noi in terapia dicendo di essere un bullo o un cyberbullo e che questo fosse motivo di sofferenza. Il fenomeno, preso dalla parte del bullo, apparentemente non provoca disagio, non isola, non fa sentire il ragazzo o la ragazza triste, depressa.

Anzi, possiamo dire che essere un bullo è quasi una soluzione. Diventi leader di un gruppo, ti senti forte, gli altri ti seguono, ti spalleggiano, preferiscono stare dalla tua parte piuttosto che essere presi in giro. Partiamo da una prima domanda: essere un bullo è una possibile soluzione a cosa? Alle sofferenze che il ragazzo prova. Per esempio, andando nelle classi, alla domanda chi è il bullo e chi è la vittima, sempre, e dico sempre, i ragazzi alzano la mano. Non è qualcosa di cui ci si vergogni, non è qualcosa di segreto nel gruppo dei pari.

Si sa sempre nel gruppo chi è il bullo e chi è la vittima. Nell’età dei vostri ragazzi, l’adolescenza, periodo in cui il giovane comincia a cambiare sul corpo, a non essere più il vostro bambino/a che vestivate, che ascoltava ogni vostro consiglio o rimprovero, inizia a farsi le proprie idee sul mondo, a desiderare di separarsi un po’ dalla parola dei genitori e allora, proprio in questo periodo, così nuovo e difficile, il gruppo dei pari diventa fondamentale.

Si ascoltano gli amici, non i genitori, ci si veste come gli altri, si parla tutti nello stesso modo e si inizia a mettere una distanza dagli adulti che non capiscono il loro linguaggio, la loro musica, i loro interessi. I genitori, in qualche modo, durante l’infanzia dei propri figli, si preparano ad affrontare gli anni difficili dell’adolescenza, in cui il proprio figlio/a cambia odore, non vi guarda più con gli stessi occhi, è limitato negli abbracci, sta chiuso in camera.

Le identificazioni

Dicevo, in questo periodo, il branco, il gruppo diventa fondamentale per l’adolescente. Per stare dentro, ognuno deve trovare il proprio posto, un ruolo. È necessario che ogni soggetto abbia, per così dire, un vestito da indossare, un ruolo, quelle che in psicoanalisi si chiamano identificazioni.

Per intenderci, uno può essere definito lo sportivo, la secchiona, la bella, e anche, appunto, il bullo o lo sfigato, il mostro e quindi la vittima. La prima questione è proprio questa: il bullo o la vittima sono delle maschere, delle identificazioni, sono il vestito che un soggetto sceglie di indossare per andare in giro per il mondo. Attenzione, ho usato, non a caso, la parola scegliere, perché mi rendo conto che è difficile da comprendere, ma essere un bullo o una vittima è una scelta per stare al mondo.

Ti permette di avere un posto, dice qualcosa di te: per esempio che sei uno forte, che non si fa fregare, che ha sempre la risposta pronta oppure che sei un debole, una pappamolla o che sei grasso, timido, troppo piccolo e cosi via.

Non sono gli unici ruoli possibili perché non tutti i ragazzi scelgono di essere bulli o vittime. Ma in queste identificazioni emergono delle caratteristiche che ci danno un nome, magari non ci piace, ci fa soffrire ma comunque sempre meglio di non essere nulla.

Due facce della stessa medaglia

Prima dicevo che essere un bullo è una possibile soluzione ad una sofferenza. Il ragazzo decide di prendere in giro gli altri, di essere un prepotente perché magari non sa come affrontare il proprio disagio: genitori che non lo ascoltano, fratelli che lo escludono o lo prendono in giro, dolori dovuti all’accettazione della separazione dei propri genitori e allora, per reazione, perché ogni soggetto ad un dolore reagisce in un modo diverso, scelgono di affrontare l’angoscia mettendola sugli altri, su qualcuno che apparentemente si presta a tutto questo, qualcuno che mostra molto più apertamente la propria debolezza, sia per caratteristiche fisiche o altro.

Quindi possiamo già iniziare a dire che bullo e vittima non sono poi così diversi, anzi sono due facce della stessa medaglia, in altre parole, soffrono entrambi. Il bullo non agisce da solo ma ha bisogno di un gruppo, di amici che guardano, che aiutano il bullo e che lo seguono. Il bullo, senza gruppo, non ha senso di esistere. Le prese in giro non avvengono uno ad uno, l’accanimento contro qualcuno è sempre da parte di più ragazzi guidati da un leader, appunto il bullo.

I luoghi del bullismo e del cyberbullismo

Tutto questo avviene nei luoghi che frequentano i ragazzi: scuola, palestra, piazza del paese e così via. Questo non è un fenomeno nuovo, c’è sempre stato. In passato, però, un ragazzo veniva preso in giro a scuola e, tornato a casa, le prese in giro finivano almeno fino al giorno successivo perché non c’erano il cellulare, internet, i social.

Ora, invece, con le nuove tecnologie, tutto questo non ha mai fine sia per il bullo che per la vittima, quello che avviene faccia a faccia può continuare tutto il tempo su internet. Allora è stata coniata la parola cyberbullismo. Il fenomeno è maggiormente insidioso perché su internet, con i social come facebook, o su whatsapp, il cyberbullo e, di conseguenza, il gruppo, non hanno limiti, accanendosi maggiormente sulle vittime, senza toccare il corpo reale ma con le parole, con le immagini.

L’accanimento avviene ininterrottamente, ad ogni ora della notte e del giorno, senza mai una pausa, un silenzio, senza uno spazio vuoto che possa permettere al gruppo del bullo o alle vittime di simbolizzare quello che accade, di avere a che fare con la propria angoscia in altro modo.

Per il bullo, lo spazio di vuoto, d’interruzione, servirebbe per fermarsi ma è proprio quello che non vuole perché comporterebbe avere a che fare con i suoi dolori, quelli che lo fanno soffrire realmente, e per la vittima per avere una tregua dall’angoscia di occupare solo il posto dell’oggetto umiliato e mortificato.

Il peso delle parole

Ora vorrei farvi vedere un video per mostrarvi un po’ di più un esempio di quello di cui sto parlando. È realizzato da Mtv, canale visto e seguito dai ragazzi, a mio parere molto istruttivo.

Ecco, qui racconta molto bene quello di cui vi sto parlando. Le prese in giro, in questo caso su Gaetano, definito uno sfigato con gli occhiali spessi, continuano anche su internet, con l’amplificazione dell’esclusione.

I ragazzi fanno uno scherzo e con il loro cellulare filmano la presa in giro, aprono una pagina contro di lui raggiungendo molte più persone. Il povero Gaetano, oltre ad essere preso in giro dalla sua classe, diventa diciamo “popolare” anche sui social e raggiunge molte più persone della sua scuola che si accaniscono su di lui. Tutto questo, è banale dirlo, ma può avere degli effetti devastanti sulla vittima. Ma cosa notate in questo video?

Non c’è la presenza o il riferimento ad un adulto. Tutto è avvenuto tra ragazzi della sua classe e continuato su internet, dove non si percepiscono i limiti, aprendo pagine contro qualcuno senza essere facilmente beccati, facendola franca con i genitori, gli insegnanti e anche con la legge. Perché spesso i ragazzi pensano che su internet, sulle chat, si possa dire e fare tutto, senza conseguenze.

Spesso i ragazzi che ascoltiamo raccontano che su whatsapp si sentono più liberi di dire tutto perché lì le parole perdono d’importanza, perché non ci si mette la faccia e allora si può essere maggiormente senza limiti sia nel bene che nel male. Ma le parole hanno, comunque, un peso anche se non vengono dette di persona e possono essere, come dice Samuele Bersani, dei sassi.

Il rapporto delle ragazze con la propria immagine

Vi faccio vedere un altro video.

Qui sono più chiare sia l’ingenuità che la responsabilità della vittima. Inizialmente, nel video, c’è la parola di un adulto: “Vai in giro per il mondo facendoti i fatti tuoi, invisibile”. La ragazza poi si innamora e può accadere, essendo cambiati i tempi, che questo venga in qualche modo accompagnato dall’uso del cellulare e dalla condivisione di foto.

La ragazza, ad un certo punto, si perde e si sente cambiata anche sul corpo, non capendone il motivo. In qualche modo si scontra con due immagini: la sua, quella della ragazza invisibile e quella invece che vedono tutti a causa appunto di un’immagine diversa che voleva condividere solo con il suo Marco; diventa visibile a tutti, con le conseguenze che il video spiega molto bene.

Da lì, volente o nolente, la sua immagine cambia agli occhi degli altri e lei, come racconta, con quella non si ritrova, andando in giro successivamente sempre con il cappotto. Questo, nell’età dei vostri figli e soprattutto figlie, può accadere, perché sotto questo aspetto le ragazze hanno molto più a che fare con il rapporto con la loro immagine che cambia e mostra le forme e di conseguenza con questo devono farci i conti.

Fanno varie prove con questo corpo, sia per piacersi sia per piacere ai ragazzi. Perché l’adolescenza è anche il periodo in cui emergono le prime pulsioni sessuali e ci si apre al mondo, anche a quello dell’amore. In questo difficile momento di cambiamento sul corpo, le ragazze fanno molte più prove d’immagine rispetto ai maschi.

Si fanno delle foto e pubblicano sui social delle immagini che non sempre corrispondono loro, osando molto di più perché nella realtà si fa più fatica in adolescenza a giocarsi qualcosa del proprio corpo per il timore di essere prese in giro o di non trovarsi a proprio agio con una maglietta più stretta o un jeans più attillato. Internet permette illusoriamente di poter giocarsi qualcosa della propria immagine senza mettersi in pericolo.

Tutto questo, a volte, può avere delle conseguenze sia perché vengono condivisi da altri senza il permesso sia perché poi la ragazza che ha osato non si ritrova con l’immagine visibile a tutti, rimanendo incastrata, per esempio, come in questo caso, tra la ragazza visibile senza vestiti e la ragazza invisibile che invisibile non è più ma è costretta ad andare in giro con il cappotto.

I genitori

Torniamo ai genitori, agli adulti. I ragazzi provocano o subiscono sofferenza e l’adulto è tagliato fuori, non sa nulla. I ragazzi non si confidano, hanno paura, come dicono loro, di “fare la spia” e di conseguenza, di rischiare che aumentino le prese in giro.

Cercano di risolversela da soli, sperando che possa finire o che il bullo o il cyberbullo si stanchi e decida di passare ad un’altra vittima. È un fenomeno molto omertoso che avviene, appunto, fuori dallo sguardo dell’adulto. Anche perché su internet non c’è il corpo reale, i ragazzi non arrivano a casa con un occhio nero o con dei graffi, con qualcosa che si vede, è tutto filtrato e protetto dalla rete.

Da questo punto di vista, quando durante le sedute con uno psicologo in Dedalus ascoltiamo i genitori, raccontano sempre che all’inzio non si erano accorti di nulla, anzi, in qualche modo erano tranquilli, perché il proprio figlio era a casa, protetto, su internet non incorreva nei rischi della droga, dei cattivi incontri e così via. Di solito, il genitore chiede aiuto quando la situazione esplode, quando in qualche modo diventa visibile.

Allora iniziano gli insuccessi scolastici ai quali non si riesce a dare una spiegazione, essendo il figlio/a sempre andato bene a scuola. Oppure il figlio/a si isola, non vuole più fare sport, andare a scuola e si rifugia in camera stando sempre su internet, perché in rete si trova sia l’accanimento delle prese in giro che avvengono a scuola sia la soluzione a tutto questo, trovando gruppi di amici virtuali che hanno lo stesso problema, confidandosi e consolandosi a vicenda, perdendo lentamente ogni contatto con la vita reale e facendo diventare quella l’unica vita possibile.

Allora lì arrivano i genitori spaventati dal figlio che passa troppe ore sul computer, non mangia più, non dorme più, chattando tutta la notte o giocando on line per moltissime ore. O ancora, altro fenomeno molto diffuso tra i ragazzi è quello di farsi del male. Dicevamo, le prese in giro vengono amplificate on line, dove non c’è il corpo ma solo le parole, le ingiurie fanno male e il dolore però si manifesta sul corpo reale, passando talvolta non dalle parole ma dai tagli inflitti sulle proprie braccia, gambe.

Il taglio serve per dare un posto alla sofferenza diffusa che il ragazzo prova ma di cui non riesce a parlare. Localizzandolo sul corpo per il tempo del taglio, il ragazzo sostituisce al dolore a cui non riesce a dare un nome una ferita che si vede.

La parola ai genitori

Non vorrei riempire tutto il tempo parlando solo io, ma vorrei ascoltare anche voi, se avete domande, curiosità, qualcosa da chiedere e riflettere insieme su tutto questo.

Domanda: “Come possiamo noi genitori capire che nostro figlio sta soffrendo, in modo da arrivare prima che la situazione sia già esplosa?”

Risposta: “Purtroppo non esiste un manuale per questo e non ci sono indicazioni che posso darvi. Quello che mi sento, però, di dirvi è di ascoltare i vostri figli e di provare a dare loro l’esempio. Fate vedere loro che ci sono cose nella vita reale che vi appassionano, che avete amore per vostro marito/moglie, per il vostro lavoro o per un vostro hobby. E soprattutto ascoltateli e siateci, anche quando vi sbattono la porta in faccia e smettono di essere i vostri bambini”

Una mamma racconta la storia di suo figlio G.: “Mio figlio è proprio uno di quei ragazzi con gli occhiali spessi descritti dal video di Mtv mostrato dalla terapeuta. Però lui è stato fortunato, perché ha incontrato degli amici che scherzano con lui dei suoi fondi di bottiglia, e non di lui. Sono d’accordo con la dottoressa, ricordo anche io bene cosa significa essere adolescente e trovarsi a scegliere quale vestito, quale maschera indossare.

Alcune ti vengono messe addosso, altre le accetti, molte le eviti. Io e mio marito parliamo e abbiamo parlato spesso di G., ormai diciottenne, e di come comportarci con lui. Credo che l’unico modo possibile sia l’ascolto e insegnare, a parole ma anche con l’esempio, che nessuna delle maschere è definitiva e unica, ma che volendo la si può cambiare e essere quello che si vuole”

Domanda: “Come facciamo noi genitori a gestire il mondo dei social, a proteggere i nostri figli dato che nelle classi dei nostri ragazzi tutti possiedono uno smartphone?”

Per alcuni bisognerebbe impedire totalmente l’accesso ai social, escludendo i ragazzi dall’uso di internet.

Risposta: “Io non credo che impedire ai ragazzini di usare internet sia una via corretta, né percorribile. A prescindere dalle scelte educative di ogni famiglia, le nuove tecnologie sono come la televisione di un tempo, sono mezzi che esistono e che dobbiamo imparare a gestire. Avere un momento della giornata in cui ci si rilassa danti alla televisione o in cui si usano i social network non è necessariamente negativo se fatto in modo consapevole”.

Perchè i ragazzi ci fanno così paura?

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La solitudine degli adolescenti

Dedalus, studio di psicologi a Bologna nelle ultime settimane ha avuto modo di incontrare numerosi studenti delle scuole medie e superiori di Bologna e della Romagna. Lo ha fatto attraverso la proiezione di due film ( “The beat beneath my feet” e “Cyberbulli-pettegolezzi on line”) in cui i protagonisti erano degli adolescenti alle prese con la loro vita, le loro difficoltà, i propri dolori familiari. Film molto diversi tra loro ma avevano un punto in comune: la solitudine dell’adolescente. Sì perché troppo poco si parla di come un ragazzo, a 15 anni, può sentirsi completamente solo e senza parole per esprimere la propria sofferenza

Quali sono i motivi della solitudine?

I motivi della solitudine, possono essere i più disparati: problemi familiari, difficoltà amorose, prese in giro da parte degli altri compagni di scuola, prepotenze che i ragazzi infliggono agli altri per difendersi da un dolore che non si riesce a mettere in parola. Gli studenti hanno parlato e anche tanto, il tempo a disposizione non è stato sufficiente per ascoltarli tutti e attraverso le vite dei protagonisti dei film molti di loro hanno condiviso difficoltà, insicurezze, la profonda solitudine che provano.

La percezione dell’Altro

Quello che ha colpito maggiormente Dedalus è stato che i ragazzi non hanno mai fatto riferimento agli adulti, come se nei loro problemi, nelle loro domande, nei loro dolori, l’Altro non potesse fare nulla, non fosse in grado di ascoltarli e di aiutarli ad uscire da situazioni complicate come le prese in giro su whatsapp, in classe o i ruoli e le maschere in cui i ragazzi sono incastrati e che li fanno stare male. Negli studenti che abbiamo incontrato è emerso che loro non aspettano più la risposta dell’ Altro, come se dall’adulto non si aspettassero nulla se non di tenerlo tranquillo e di non angosciarlo. Cosa è accaduto agli adulti? Quando hanno smesso di parlare con i ragazzi? Perchè gli adolescenti sono così intimoriti dalle fragilità dell’Altro tanto da non caricarlo delle loro preoccupazioni?

Genitori e figli: il tempo dell’ascolto

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Si può fare con quello che si ha (e con quello che non si ha)?

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Si può fare con quello che si ha (e con quello che non si ha)?

Si può fare con quello che si ha, anche quando quello che si ha sembra terribilmente poco, non sufficiente? E’ una domanda molto attuale in questo tempo di precarietà, di crisi, di carenza di opportunità (lavorative, economiche etc..)

Giovedì scorso, per la terza serata della rassegna musicale “Attenti al lapsus. La musica parla di ciò che la psicoanalisi ascolta” questa questione ha attraversato il bellissimo show messo in piedi da due incredibili musicisti; Giordano Bruno Luisè alla voce e Stefano Sammaritani alla chitarra. “solo” due musicisti, “solo” una voce e una chitarra hanno dato vita a uno spettacolo che ha lasciato il segno in tutti i presenti.

E’ stato più di uno show, è stato più di un concerto.. è stata una vera e propria testimonianza di come sia possibile, proprio facendo i conti con ciò che non si ha, fare (meravigliosamente)con quello che si ha!

Giordano ha cantato e raccontato di questo, di come sia complicata la vita in certi momenti, di come possa apparire buio il tunnel, di come sia difficile non perdersi e perdere ciò che si ama. Perché quando si attraversano momenti duri c’è questo rischio, di perdere ciò che più si ama. E allora Giordano, che ha una voce straordinaria e un’energia pazzesca (tanto che non si ferma un secondo!) a un certo punto si è fermato sul palco. E puntando il dito verso il suo chitarrista ci ha fatto il dono di  un particolare intimo e prezioso, svelandoci che è grazie a lui che è ancora sul palco.  “Senza di lui non sarebbe stato possibile”. È grazie al legame con Ciccio che, in un particolare momento della sua vita,ha scelto di non mollare una delle cose che ama fare di più, cantare.

Questi due musicisti che, ancora una volta, hanno regalato a Dedalus la loro presenza hanno lasciato qualcosa di veramente unico trasmettendo che anche quando sembra tutto perduto, il riscatto avviene, può avvenire. A condizione di fare i conti con la propria mancanza, che significa in fondo che l’essere umano non si basta da solo, che ha bisogno del legame con l’Altro.

La nostra esperienza clinica mostra bene come ci sia una grandissima difficoltà nel fare i conti con questo: da una dipendenza totale,  a volte adesiva, nei confronti dell’Altro all’estremo opposto, un tentativo di “fare a meno” dell’Altro con l’illusione di aggirare l’ostacolo dell’assunzione singolare di questa dipendenza, passando naturalmente anche per sfumature intermedie tra questi due opposti.

Perché questo conto che ogni essere umano è tenuto a fare è assolutamente particolare e unico.

E quindi, nel ringraziarli ancora una volta, concludo con la parole di Giordano Bruno Luisè:

“Cos’è il riscatto? Non dimenticarsi del tunnel”.

 

L’appuntamento al buio che diventa un incontro

i musicisti

Un’altra edizione di “ Attenti al lapsus” si è conclusa.

Quest’anno Dedalus si è dedicato alla precarietà, alla dipendenza dal gioco e più in generale allo smarrimento che può investire un soggetto nel corso della propria vita. Alla base della crisi c’è sempre l’esperienza della perdita che abbatte il soggetto, scaraventandolo per terra, prosciugandogli tutta l’energia vitale. Il dolore, la frustrazione diventano i protagonisti della quotidianità e la persona colpita si isola in una bolla di solitudine. Il mondo rimane fuori sempre più distante e difficile.

L’energia pulsionale del soggetto colpito dalla crisi non viene più impegnata su nessun oggetto, meta fondamentale per il soddisfacimento, producendo di conseguenza, un ingorgo libidico che rimane inespresso. C’è chi sperimenta “la sua crisi”, per esempio, con la perdita del lavoro, chi con il gioco d’azzardo perdendo tutti i soldi che ha e soprattutto quelli che non ha, arrivando a giocarsi letteralmente la vita; chi con la perdita di un amore che gli offre un’identità o viene schiacciato nelle relazioni dai giochi di potere e nonostante ciò rimane in quelle relazioni anche quando un posto per il soggetto lì non esiste più, reiterando all’infinito l’esperienza della perdita.

La precarietà è stato il filo conduttore della rassegna, parlandone prima, poi cantandola e ballandola. Ogni serata è stata diversa e irripetibile. Ogni nostro ospite aveva una storia da raccontare e da suonare. Il pubblico è stato sempre differente. Ogni volta c’era qualcuno che iniziava a ballare. Tante persone di una certa età, si sono alzate dalle loro sedie concedendo al proprio corpo di “sfogarsi” e di prendere parte allo spettacolo.

È stato un appuntamento “al buio”: non c’era copione, non era scontato il successo, l’unica informazione per ogni serata che trasmetteva l’altoparlante della festa dell’Unità era “ alle 21:30 presso la Red Square Attenti al lapsus”. Continua a leggere

I Monkey’s Arm Blues Band lo fanno meglio

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Secondo anno della rassegna Attenti al Lapsus e secondo anno che i Monkey’s Arm Blues Band sono al nostro fianco in questa avventura di fine estate.
Secondo anno che impiego moltissimo tempo per scrivere qualche ricordo della serata trascorsa con loro.
Ci sono ricordi di cui è difficile parlare, il nostro mestiere lo insegna bene. Ci sono pazienti che,dopo anni di terapia, svelano qualcosa di fondamentale che riguarda le loro vite e che hanno invece sempre taciuto. Ogni volta coloro che lo fanno raccontano: è dal primo giorno che sono qui che avrei voluto dirglielo, ma poi non ci sono mai riuscito, non mi sembrava importante o c’era sempre qualcos’altro di cui parlare.
La shopper che Dedalus ha fatto stampare lo scorso anno porta impressa questa frase di J. Lacan: “l’inconscio non é perdere la memoria è non ricordarsi di quello che si sa.”
Ci sono dunque dei ricordi, le parole che useremmo per descriverli, che non si riescono a dire, o meglio, che non trovano il tempo giusto per essere detti. Come ben sappiamo le parole non dette rimangono dentro di noi sedimentandosi nel nostro inconscio.
I ricordi sono dunque la personalissima interpretazione degli eventi vissuti. Il testo dei ricordi è intessuto con ciò che più profondamente ci caratterizza.
Due amici, tre amici, che dopo anni si ritrovano e rammentano il pezzo di vita che hanno camminato insieme, narrano sempre storie diverse. Nel ricordo l’uno dell’altro si riconoscono ma se ne sentono al contempo estranei.
Perché tu ricordi quel particolare che io ho scordato? Perché tu dimentichi quella cosa che è sempre stata scolpita nel mio cuore? Perché metti in luce certi dettagli di poco conto e ne tralasci altri fondamentali?
Per citare nuovamente il discorso psicoanalitico questo mostra “l’inesistenza del rapporto sessuale”. Nel senso che con nessun altro si può fare uno, in nessuna unione si può diventare una cosa sola. Esiste sempre uno scarto tra gli esseri umani, anche tra quelli che tra loro sono più intimi. Tra uomini e donne questo accade in modo ancora più accentuato.
I Monkey’s suonavano Jhonny B. Good, cantavano Elvis, i Beatles il pubblico ballava, ascoltava con attenzione, ripeteva le parole, batteva le mani. Un concerto insomma, un bel concerto fatto da bravi musicisti che suonavano bene della buona musica in un bel luogo.
Cosa resta invece delle persone, dell’atmosfera, dell’alchimia che c’era quella sera se il ricordo lo metto nero su bianco in questo blog?
Le parole del rock’n’roll non sono scritte per far meditare, sono appositamente allineate invece, una dietro l’altra, per far ballare, perché il loro suono accompagni la musica e scateni la voglia di scendere in pista.
Il concerto dei Monkey’s è proprio questo: è un invito a ballare, a dimenticare i pensieri un paio d’ore e gioire. Vi accorgerete di questo indubbiamente se li avete sentiti o se andrete a qualcuno dei loro concerti.
E se vi arriva così forte la voglia di ballare, se vi arriva così chiara la voglia di dimenticare e farvi trasportare dalla musica è perché loro lo fanno incredibilmente bene.
È importante imparare a dimenticare, è fondamentale farlo: lasciar scivolare nel nostro inconscio i ricordi troppo difficili, troppo pesanti, troppo potenti. C’è un momento in cui è importante lasciare che il reale di cui sono fatti i ricordi si perda un po’ per fare spazio al simbolico delle parole con cui possiamo ricacciarli per un po’ dentro di noi.
Dice la pedagogia: se non si ricorda non si apprende.
Dice la psicoanalisi: se non si dimentica non si entra nel simbolico, nel discorso dell’inconscio.
I bambini, tutti i bambini, a tre anni cominciano a dimenticare, prima ricordavano ogni cosa, poi iniziano questa nuova, impressionante esperienza del dimenticare. Per entrare in un processo simbolico è necessario scordare.
Gli adulti riescono a mettere in moto questo meccanismo della dimenticanza attraverso i piaceri, gli hobby, lo svago in una parola: un concerto dei Monkey’s!
Proprio per questo motivo lo psicoanalista, al contrario di ciò che comunemente si pensa, non é un patito del ricordo. Non è ciò che domanda al paziente: ricorda! Gli chiede invece di parlare, parlare di ciò che gli viene in mente.
L’analista sa aspettare a lungo il momento della parola piena del soggetto. Nel frattempo lascia che il paziente balli il suo rok’n roll di parole musicali. Fondamentale che lo faccia.
Non si può dire una parola piena di significato se prima non si hanno perduto le parole vuote. Le parole vuote si perdono solo se si riconosce che sono tali, solo se diventano musica.
Insomma possiamo dirla così, con una battuta: in un analisi si entra cantanti di rock’n’roll e si esce cantautori.
Ora però ho voglia di svelarvi un piccolo segreto: se ascolterete i Monkey’s e vi sarà difficile stare fermi sulla sedia o mettervi a rimuginare sui vostri pensieri più complicati, sappiate che se lo sanno fare così bene, se farvi dimenticare per due ore le amarezze dell’esistenza è il loro grande talento un motivo c’è ed è incastonato come un diamante nelle loro vite.
Perché i ricordi, i talenti, le dimenticanze, le parole piene, i legami, i sintomi sono intrisi profondamente di ciò che più intimamente siamo.

Se all’ Assessore brillano gli occhi…

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Se all’ Assessore brillano gli occhi mentre racconta di legalitá, lotta alla mafia, usura, se all’ Assessore brillano gli occhi mentre parla del suo incontro con le realtà locali, con le storie dei cittadini, con le associazioni, se all’ Assessore brillano gli occhi mentre spiega le possibilità che la politica ha di agire sulle questioni quotidiane, concrete allora una conferenza diventa una testimonianza, un’ intervista si trasforma in una possibilità. Questo era ciò che Dedalus desiderava e che si è realizzato superando ampiamente le aspettative. Testimoniare la passione per il proprio lavoro, per i propri ideali, per l’ etica da cui si é mossi, è la migliore delle prevenzioni possibili. Si può non essere sempre in accordo con le parole dell’altro, si può divergere, ma un discorso che riesce a portare con se il desiderio di chi lo enuncia è comunque un discorso che vivifica, che  accende, che sveglia. Abbiamo parlato di gioco d’ azzardo patologico e di precarietà giovanile, di come certi sintomi di dipendenza si vadano ad annidare come tappo per le angosce di una vita che sembra non partire, inceppata, catturata in un limbo. Informare é necessario ma sappiamo bene che purtroppo fare prevenzione è un’ impresa impossibile. L’ unico modo per fermare i sintomi è far incontrare  i soggetti col proprio desiderio, solo la passione può limitare la pulsione. In adolescenza questo è evidente in modo macroscopico: un buon incontro può cambiare una vita. Un’ insegnante che trasmette la passione per la propria materia può salvare molte vite, un adulto che mostra di amare ciò che fa é delle prevenzioni l’ unica possibile. Questo é stato il valore dell’ incontro di ieri, una giovane donna che raccontava ciò che costruisce tutti i giorni con la luce negli occhi. Questo è ciò che muove spesso Dedalus ad uscire dal suo studio di via Marconi 20, questo per Dedalus è fare politica: muovere nella propria città  testimonianze di desiderio. L’ abbiamo fatto intervistando l’ assessore Nadia Monti e lo faremo nei prossimi incontri ascoltando tre fantastici gruppi musicali, che sapranno trasmettere con altrettanta forza la vita che mettono in ciò che fanno.

Saranni medici, ingegneri, infermieri, informatici, insegnanti, grafici, impiegati. Saranno musicisti, con la luce negli occhi. Non potete perderveli!

Lo stand 2015 di Dedalus

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Giovedì 27 agosto: la nostra prima sera alla Festa dell’Unità. Stesso posto, nuovo stand.

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Per tutta la serata, abbiamo respirato un’atmosfera di festa e, come in ogni ritorno che si rispetti, abbiamo ritrovato vecchi amici e ne abbiamo conosciuti di nuovi, come ad esempio i nostri vicini di stand, i ragazzi di Emergency, con i quali abbiamo scambiato racconti e riflessioni.

Non vediamo l’ora di tornare, mercoledì 2 settembre, alle 21:30, per la serata di apertura di Attenti al Lapsus. Vi aspettiamo presso Red Square – Festa dell’Unità di Bologna.