Si può vigilare sul cuore degli altri?

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Dedalus Bologna, ancora prima di essere Dedalus ha lavorato tanti anni in una scuola di Bologna che comprende asilo, elementari, medie e superiori: Maestre Pie dell’ Addolorata.

Dedalus ha lavorato in questa scuola anche nel 2009 nel momento in cui un ragazzino di seconda media ha scelto l’ ufficio della Preside per mettere fine alla sua vita. Fine non è stata, ma la sua vita è enormemente compromessa a causa delle lesioni. F. si è lanciato nel vuoto, fuori dalla finestra della presidenza senza che nessuno potesse prevederlo, impedirlo: si è buttato giù lasciando gli altri sgomenti a guardarlo.

Una tragedia. Una tragedia per tutti: per la famiglia, il fratello, i compagni i professori, la preside, gli amici, i parenti. Una tragedia soprattutto per F., che forse una vita non la voleva più e che ora ne ha da affrontare una con un corpo fortemente compromesso.


Il sintomo parla

Ho letto sui giornali che la Preside è stata condannata per mancata vigilanza. All’inizio una delle accuse doveva essere per abuso dei mezzi di correzione, poi è stata lasciata cadere ed è rimasta questa della mancata vigilanza.
Non voglio ripercorrere la questione giudiziaria ed andare a caccia della verità dei fatti, ma questa sentenza mi colpisce profondamente. Condannata per omessa vigilanza, la Preside non si sarebbe accorta dei segnali di disagio del ragazzo.
F. era nell’ ufficio della Preside perché era stato sorpreso a fumare fuori scuola. Questo gesto, assieme ad altri che la Preside e gli insegnanti avevano colto nel corso del tempo trascorso con lui, era stato accolto come un sintomo. Accolto nel senso della psicoanalisi, un sintomo è qualcosa che parla, che dice del soggetto che lo manifesta. Un sintomo non deve essere tolto, corretto, aggiustato, ma è necessario ascoltarlo, farlo parlare.
Per questo F. era in presidenza, per essere ascoltato.

L’angoscia dell’imprevedibile

Noi psicologhe di Dedalus lavoriamo da anni in diverse scuole del territorio, ci sono Istituti in cui i ragazzi sono predisposti alla parola, all’interrogazione soggettiva, all’incontro con l’ altro, con lo straniero. Ci sono Istituti in cui questo invece non accade. Da cosa dipende tutto ciò? Dal preside e dai suoi insegnanti. Come in una famiglia gli adulti aprono o chiudono i ragazzi all’incontro.
Se vi capiterà di entrare in una classe alle Maestre Pie quello che incontrerete è questo clima: di apertura, di messa in gioco, di accoglienza, di allenamento alla parola soggettivata. Di chi è il merito? Della Preside e dei suoi insegnanti.
Perché la condanna allora?
Perché l’ imprevedibilità dell’ essere umano fa paura, terrorizza, apre un vuoto angosciante. Quando si scova un colpevole l’ angoscia si placa, si mette il fatto nel recinto della logica vittima-colpevole-condanna e si chiude la partita.
Ma non ci può essere vigilanza alcuna sul cuore umano, sulla mente delle persone. Suona scandaloso dirlo ma ogni soggetto è libero di gettarsi dalla finestra in qualunque momento della sua giornata. Ogni soggetto è libero di pensare che la sua vita non vale la pena, che vale meno di niente. Non si può impedire a qualcuno di uscire di scena. Si può dargli una possibilità, se la vuole, di scegliere qualcosa di diverso, di vedere se con la propria vita ci può fare qualcosa, se può essere un’occasione che ne vale la pena.
F. quella mattina non voleva un’ altra occasione e l’ angoscia che questo gesto provoca in ciascuno di noi è data dal fatto di non sapere il perché non la volesse.
Siamo tutti contrari al suicidio così come siamo tutti contrari all’ omicidio, alla pedofilia, alla violenza carnale ecc…Ogni volta che un reato si compie desideriamo che il colpevole venga condannato, che giustizia sia fatta. Ma il suicidio è un reato in cui la vittima e il carnefice precipitano nella stessa persona.Il suicidio è un reato senza colpevoli, perché il colpevole non ha tempo di pentirsi, di redimersi, di dare alla sua vita una seconda chanche.
Il colpevole muore con la vittima e non c’ è più spazio per le parole, per i processi, per la caccia al colpevole. Non c’è più spazio per agire, c’è solo l’ angoscia.
Non ci si suicida per un colloquio con la Preside, per una nota sul diario, per una bocciatura. Ci si suicida perché la vita non vale più niente.
Sapere che un ragazzino di 13 anni ha deciso che la vita non valeva più nulla fa paura, fa male, fa sentire impotenti.

Il dono dell’ascolto

Ma non si controllano i cuori ed i pensieri degli altri, nel bene e nel male è proprio questo a rendere l’ umanità sorprendentemente bella, varia e meravigliosa. Che siamo cattolici, atei, laici, anticlericali non possiamo che apprezzare quella Preside che aveva dato a F. ancora una volta, la possibilità di dire qualcosa di sè, di chiedere aiuto, di confrontarsi, quella Preside che aveva accolto ancora una volta la vita nelle sue molteplicità.
Quella Preside che la vita la ama e lo mostra tutti i giorni ai suoi ragazzi e ai suoi insegnanti, lavorando, accogliendo, conoscendo i suoi studenti uno per uno. Quella Preside che sa testimoniare cosa significa fare della vita un’ occasione. Questo è il suo talento, è il suo dono, è l’ eredità che lascia a tutti i suoi studenti.
Il mio pensiero va ad F. a cui come Suor Stefania avrei voluto dare un posto per parlare, per mettere in gioco la sua sofferenza e i tumulti del suo cuore.
Il mio pensiero va a F., mentre di lui ancora una volta quello che ci rimane è il suo silenzio.

Si può vigilare sul cuore degli altri???

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2 pensieri su “Si può vigilare sul cuore degli altri?

  1. sr Rina

    Cara Arianna,
    grazie per questo tuo intervento così illuminante, vero, sentito…perchè sai per professione quanto è difficile entrare nel cuore umano, quanto non è facile capire le dinamiche interiori di chi prova un disagio e non sa come farsi aiutare. Grazie per la tua sensibilità, la tua umanità, la tua solidarietà.

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  2. Franca Zappi Carroli

    Quando un adulto compie un atto di disperazione – e ultimamente purtroppo ne abbiamo visti tanti – ci chiediamo come puo’ essere che nessuno si sia accorto del disagio… E’ proprio cosi’, il disagio viene tenuto nascosto, si rifiuta l’aiuto, negando a se’ stesso l’evidenza. In questo caso, essendo un adolescente, e sapendo che periodo pericoloso e complesso sia questo, e’ ancora meno prevedibile. Solo una famiglia attenta lo capisce. In questo caso certamente si cercava di dialogo, avendo capito che qualcosa non andava.

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