“Nessuno ci può tappare la bocca!”

La parola alle vittime di abusi e violenze sessuali

“Nessuno ci può tappare la bocca!”

Ci sono momenti come questo in cui, come psicoterapeuta e psicoanalista, ritengo doveroso prendere parola di fronte a quello che considero un  grave abuso di potere, a cui abbiamo assistito nelle scorse settimane, che può avere l’effetto di “tappare la bocca”  ulteriormente a chi si trova in una condizione di fortissimo svantaggio e sofferenza, come una giovane ragazza che ha denunciato  violenze sessuali subite da un gruppo di ragazzi e altre vittime di abusi che si trovano in situazioni simili.

E’ un dovere etico che ritengo necessario nei confronti delle pazienti e dei pazienti che ascolto e ho ascoltato dall’inizio della mia professione.

Nessuno si può sostituire alle Legge e non si può giustificare chi tenta di farlo dall’alto del suo potere mediatico e politico, chiunque esso sia e qualunque “angoscia” porti con sé.

Non entrerò nel merito della terribile vicenda di cui siamo stati, purtroppo, spettatori  settimane fa, relativa alla trasmissione di un video-  ovunque, in rete e in tv- in cui il padre di un ragazzo accusato di un gravissimo reato, quale lo stupro,  ha avuto la supposizione di sostituirsi alla magistratura rispetto al processo che vede coinvolto il figlio. In questo monologo vengono, infatti, addotte diverse motivazioni aberranti  sui comportamenti delle vittime di stupro, presunti naturalmente da lui con molta veemenza.

Perché  reputo così grave questa “arringa difensiva”?  Perché non è stata compiuta da uno sconosciuto  qualsiasi ma da un personaggio molto noto, il garante di un importante movimento politico italiano, dotato di un grandissimo potere mediatico.

E’ un abuso di potere. Che va ad aggiungersi a presunte ripetute violenze ( scrivo, ovviamente, “presunte” perché questo piano spetta alla magistratura stabilirlo) e alla difficoltà di parlare, in primis, e poi di denunciare uno dei reati più terribili che un essere umano possa subire, quello sessuale.

Un importante dato clinico

Ho ascoltato centinaia e centinaia  di persone in questi anni, tra sportelli d’ascolto psicologici, consulenze, psicoterapie. Tra questi purtroppo molte vittime di abusi e violenze sessuali.

Uno dei dati clinici che posso riportare, dal mio osservatorio, è che molto molto spesso,come psicoterapeuta,  sono stata la prima persona a cui le vittime che hanno subito una violenza sessuale lo hanno detto, rivelato. E, frequentemente, moltissimi anni dopo.

Il vissuto della colpa

Il vissuto della “colpa”, è dalla mia esperienza clinica, uno dei principali elementi che impedisce alle donne di dire quanto subito. Quando riesce ad emergere in terapia, e spesso ci vuole diverso tempo, è intriso di molti fattori.

Dovuti al trascorso soggettivo, familiare, storico- culturale e sociale. La colpa a cui mi riferisco non ha, ovviamente,  una valenza giuridica; ma è inserita in modo profondo nella nostra società.

Ce lo illustra, ad esempio, la prof.ssa Annarita Angelini, storica della filosofia nello scritto “Eva, le Sabine, Fiorella e le altre: un problema di (in)civiltà” (in “Lasciatele vivere”, ed. Pendangron 2017).

Da Eva che, emblema della colpa seduttrice, insinua il peccato in Adamo, arriviamo ad un altro mito meno conosciuto, Il ratto delle Sabine. In estrema sintesi: il mito narra dello splendore di Roma e di come questo fosse minacciato dalla penuria di donne  che rischiava di compromettere la tenuta della sua grandezza. Dunque Romolo invita, con l’inganno, i popoli vicini ad un evento ludico;  i Sabini accettano e si recano a Roma con sorelle e figlie. I Romani, a questo punto, approfittano della situazione: rapiscono le donne sabine e le stuprano per poter assicurare di dare figli al loro popolo. Non solo. Romolo, chiede  successivamente alle fanciulle di “frenare la collera e di affidare il cuore a coloro ai quali, la sorte, aveva già dato in usufrutto il loro corpo”.

Come riporta Angelini, dalle annotazioni di Livio e Plutarco, dei due reati commessi dai Romani (la violazione dell’ospitalità e il ratto delle donne) il primo è più grave “un peccato mortale, quello; una violazione meno grave l’altra, che consiste nella sottrazione illegittima di un bene”.

“Le donne Sabine, violate dai mariti e reclamate con la violenza delle armi dai padri, anziché riconoscersi vittime, si denunciano come causa della guerra. Scattano il senso della colpa e il dovere dell’espiazione  che le figlie di Eva e delle sabine renderanno, nei secoli costitutivi dell’identità femminile.(…) Come Eva s’identificano in una colpa; colpa, che a propria volta, si identifica nella seduzione (…) sentimenti e passioni che le donne hanno provocato. (..) In sostanza loro, le donne, se la sono cercata”.

E..Attualmente? Dai miti ad oggi.

Un accenno alla situazione attuale: fino a poco più di vent’anni fa, lo stupro era  considerato un reato contro la morale pubblica. Con la Legge 66 del 1996 è stato riconosciuto reato contro la persona.

Nel 2013 sono state apportate modifiche e aggravanti rispetto alla precedente Legge (è dello stesso anno la Convenzione d’Instabul del Consiglio d’Europa, il cui obiettivo è prevenire e contrastare la violenza intra familiare e altre forme di violenza contro le donne).

Il  trattamento degli abusi e delle violenze sessuali dalla mia prospettiva di psicoterapeuta.

E’ fondamentale come si accoglie, dal punto di vista clinico, un racconto di violenza sessuale e di abuso.

Può accadere che questo avvenga in modo inaspettato, anche dopo diverso tempo che si è intrapreso un percorso terapeutico e, a volte, verso la fine di una seduta.  E’ una modalità di difesa del soggetto, che utilizza nei confronti dell’orrore che sta per pronunciare. Un orrore che è necessario essere in grado di accogliere, per aiutare la messa in parola di ricordi dolorosi, che hanno bisogno di un ascolto attento e rigoroso, da parte del terapeuta. E’ doveroso aver acquisito la capacità di essere nei colloqui una “tabula rasa”, espressione usata da Lacan per definire quella che dovrebbe essere, sempre, la posizione dell’analista. Una posizione “pulita” dalle proprie questioni, frutto di una lunga formazione di psicoanalisi personale, che permetta un ascolto “libero” e clinicamente orientato. Perché quando una rivelazione tocca questi drammatici aspetti, e arriva nello spazio della terapia, questo è un passo decisivo per la vittima e dunque bisogna esserci a tutti gli effetti, non indietreggiare, domandare, volere ascoltare l’orrore che viene detto, dando posto all’eccezionalità  di questo tipo di narrazione. Evitando alcun tipo di proiezione, sostenendo fortemente l’importanza di quanto ci viene rivelato.

 

Carolina, la figlia Alice e la rivelazione di uno stupro trent’anni dopo.

Alice è una ragazza sedicenne che seguo, insieme alla Neuropsichiatria, a causa di sintomi autolesivi e dispercezioni uditive comparsi a 15 anni. Le voci (le dispercezioni)che sente, la insultano tutto il giorno quasi incessantemente con ingiurie, principalmente, sessuali.

Incontro Carolina, madre di Alice, periodicamente  insieme al marito, ma visti gli impegni lavorativi di quest’ultimo, spesso da sola.  Ad uno di questi colloqui , per il motivo suddetto , si presenta senza di lui; dice che ne “approfitterà”  per dirmi una cosa che non ha mai detto a nessuno. Crede che sia importante farlo per sua figlia. E così parla  in modo, assolutamente distaccato, di una violenza sessuale subita trent’anni prima, quando aveva  15 anni.  

15, anni. La stessa età in cui sono iniziati i sintomi della figlia. Carolina e Alice descrivono entrambe il loro rapporto con questa  frase “ siamo una cosa sola: quello che prova una lo prova l’altra”.

Carolina, la madre. Viveva con la famiglia in campagna; è stata stuprata mentre rientrava a casa, al tramonto, presa alle spalle, non ha visto in faccia il suo stupratore.  Quando si è resa conto di essere viva e libera ricorda di essersi preoccupata per la spiegazione da dare rispetto alle sue ginocchia sbucciate e per aver rovinato il vestito. Rientrata a  casa, è riuscita ad eludere lo sguardo  della madre che non si è accorta  di nulla. Carolina, quella sera, è andata a letto come tutte le altre sere e il giorno dopo, visto che era estate, in campagna ad aiutare il padre, come sempre. Nessuno ha notato la sofferenza che provava; Carolina non ne fece parola. Né allora, né dopo. Nemmeno,poi, con il marito. Finalmente, dopo più di trent’anni, è riuscita a parlarne con me perché  ha pensato che ci fosse un nesso tra quello che ha subito e i sintomi della figlia.

La rivelazione di Carolina (e poi l’inizio di un suo personale percorso di terapia)ha dato a noi curanti della figlia, non solo elementi chiave per comprendere lo scompenso di Alice ma ha prodotto anche una drastica riduzione delle dispercezioni uditive che la tormentavano. E ha dato anche a Carolina stessa, finalmente, un sollievo da sintomi che l’hanno perseguitata per anni.

La violenza scardina il registro simbolico, l’accesso alla parola

Un abuso o una violenza sessuale scompaginano il sistema simbolico. Quest’ordine è quello che dà accesso alla parola e, attraverso l’Altro, una significazione possibile alla propria vita.

Dai racconti ricostruiti nella stanza d’analisi, a volte molto tempo dopo avere subito violenze, si evince che  è proprio qualcosa di questo sistema che si è scardinato in quell’istante. Questo si traduce in un’impossibilità a dire e quando si riesce a farlo non lo si può fare, comunque, compiutamente. E’ per questo, innanzitutto, che è così difficile  riuscire a parlare di quello che si è subito.

Una mia giovane paziente, è riuscita a mettere in parola la sua violenza, in terapia, a partire dal disegno.

Sally diceva spesso che c’era qualcosa di terribile che mi avrebbe voluto rivelare, ma non riusciva. Un giorno, allora, le proposi di disegnare. “Puoi disegnare quello che non riesci a dire”. Lei amava disegnare e accettò. Al termine del disegno, eccezionale e molto realistico, le chiesi di descriverlo “ c’è una femmina a terra con un maschio che si accanisce su di lei.” Queste furono le prime parole di Sally. Disegno e parole che accolsi con grande importanza. Poi, per un po’ di tempo, Sally evitò l’argomento. Fino a quando, un giorno, dopo qualche minuto di silenzio, alla fine della seduta disse  “Vorrei raccontarti quella cosa, ma forse non c’è più tempo. Non hai più tempo..”. Le dissi:  “Per te lo trovo sempre, ti ascolto”.  S: “Grazie mille… te lo racconto settimana prossima. “ Sally mi aveva messo, così, alla prova verificando quanto fosse autentico il mio desiderio di ascoltarla sulla  preannunciata terribile questione che la riguardava.

 La settimana successiva in seduta, finalmente è riuscita a dire.

Questo articolo è per Sally, Carolina, Alice, (ovviamente nomi di fantasia )e tutte le altre vittime di violenza che ho ascoltato e ascolto ogni giorno da anni.

Per ricordare, a tutte e a tutti, che nessuno vi può tappare la bocca!

dott.ssa Claudia Rubini

 

Pubblicato da Dedalus Bologna il